Cagliari, 22 Ott 2026 - La Sardegna non è una regione per giovani imprenditori. Infatti, l’Isola, si posiziona all’ultimo posto della classifica nazionale che misura la capacità dei territori di offrire alle nuove generazioni opportunità di lavoro, impresa, formazione e condizioni adeguate a costruire il proprio futuro.
Ciò emerge dall’annuale classifica delle regioni e delle province “amiche” dei giovani imprenditori realizzata dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, che ha elaborato l’indice “Youth Friendly 2026”, su dati UnionCamere-Infocamere, Inail, Inps, Excelsior.
L’analisi prende in esame 27 indicatori, articolati in “quattro grandi pilastri”: Lavoro, Impresa, Competenze e Territorio, che comprendono, tra gli altri, il tasso di occupazione under 35, la presenza di giovani imprenditori, la collaborazione scuola-impresa, la diffusione dell’apprendistato, il saldo migratorio dei giovani all’estero o altre regioni. L’analisi dettagliata di queste dimensioni permette di comprendere dove risiedano le criticità maggiori e dove, invece, l’Isola mostri segnali di resilienza.
Nonostante gli sforzi compiuti dalla Regione per sostenere le giovani attività imprenditoriali, l’Isola ottiene 371 punti, su una scala da 100 a 1.000, collocandosi nella fascia di “friendliness” bassa e al 20mo posto tra le regioni italiane. Un risultato molto distante da quello delle regioni in testa alla graduatoria: Lombardia (727 punti), Emilia-Romagna (703) e Veneto (697), contro una media nazionale di 564 punti.
“La fotografia scattata dal dossier non deve diventare una sentenza sul futuro dell’Isola – commenta Mattia Urru, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato Sardegna – i giovani artigiani sardi dimostrano ogni giorno che fare impresa è possibile anche in un contesto complesso, mettendo insieme capacità manuali, idee innovative, strumenti digitali e attenzione ai nuovi mercati”.
Dalla lettura congiunta di tutti gli elementi emerge una situazione particolarmente critica per la Sardegna, soprattutto sul fronte della qualità dell’occupazione e della capacità del sistema produttivo di generare nuove opportunità.
L’Isola entra infatti nella “zona rossa”, cioè nelle ultime tre posizioni nazionali, in due dei quattro pilastri analizzati. Sul fronte dell’occupazione e delle dinamiche giovanili è terzultima, insieme a Calabria e Basilicata; per quanto riguarda invece la struttura e la vitalità del sistema produttivo, si colloca ancora una volta nelle posizioni di rincalzo, insieme a Toscana e Molise.
Il dato più preoccupante riguarda la qualità dell’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. In Sardegna soltanto l’8% delle assunzioni di under 30 avviene con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato. È il valore più basso tra tutte le regioni italiane e meno della metà della media nazionale del 17,5%. Il confronto con le regioni più virtuose rende ancora più evidente la distanza: in Piemonte la quota raggiunge il 21,2%, in Lombardia il 20,9%, in Umbria il 20,7% e in Veneto il 20,3%.
Anche la domanda complessiva di giovani da parte delle imprese risulta contenuta. In Sardegna gli under 30 rappresentano il 23,5% delle entrate previste, contro il 27,5% della media nazionale e il 31,1% della Liguria.
Non significa, però, che le micro e piccole imprese siano estranee alla sfida dell’occupazione giovanile. Al contrario. A livello nazionale le imprese artigiane prevedono una quota di entrate under 30 del 30,2%, superiore al 27,2% delle imprese non artigiane. Nelle imprese fino a 49 addetti, inoltre, gli under 30 rappresentano il 20,2% dei dipendenti, contro il 15,7% delle imprese più grandi. È un dato che conferma il ruolo dell’artigianato e della piccola impresa come luoghi nei quali il rapporto tra giovani, lavoro e trasmissione delle competenze può diventare concreto.
Il secondo grande elemento di criticità riguarda il capitale umano.
In Sardegna, infatti, appena il 23,8% dei giovani tra 25 e 39 anni possiede una laurea o un titolo di istruzione terziaria. È il dato più basso tra le regioni italiane, contro una media nazionale del 31,1%. Al primo posto si trova il Lazio con il 37,4%. A questo si aggiunge una debole integrazione tra scuola e mondo produttivo: soltanto l’8,4% delle imprese sarde mostra propensione a ospitare giovani attraverso tirocini, contro il 12% della media nazionale e il 16,8% del Piemonte. Il problema, dunque, non è soltanto quanti giovani studiano o lavorano, ma quanto efficacemente il territorio riesca a collegare formazione, competenze e opportunità professionali.
Il quadro regionale si inserisce in una trasformazione demografica che interessa l’intero Paese. Entro il 2050 l’Italia perderà circa 6 milioni di persone tra i 20 e i 64 anni, con una riduzione del 17,5%. Nel Mezzogiorno e nelle Isole la contrazione arriverà al 26,6%, mentre per la fascia più giovane, quella tra 20 e 34 anni, raggiungerà il 29,8%. A questa dinamica si somma la mobilità dei giovani più qualificati: negli ultimi dieci anni l’Italia ha registrato un saldo negativo di 117mila laureati under 35, pari a circa 32 al giorno. Eppure, il nostro Paese possiede anche un patrimonio imprenditoriale significativo. L’Italia conta 358mila giovani imprenditori under 30, il 16,8% del totale dell’Unione europea, davanti alla Francia. Le piccole imprese italiane mostrano inoltre una propensione all’innovazione del 64,5%, superiore alla media europea del 50,3%.
La fotografia regionale non deve però nascondere un altro elemento fondamentale: proprio nei territori più fragili, l’artigianato rappresenta una delle infrastrutture economiche e sociali più importanti.
Nei comuni delle Aree Interne, a livello nazionale, gli addetti all’artigianato rappresentano il 22,2% dell’occupazione non agricola, contro il 14,5% della media complessiva. Nelle Isole, inoltre, il 49,7% della forza lavoro artigiana è concentrato nei territori interni e ultraperiferici.
È un dato particolarmente significativo per la Sardegna e per le sue realtà provinciali: Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano e Sud Sardegna non possono essere considerate soltanto come territori amministrativi, ma come comunità nelle quali la presenza delle piccole imprese contribuisce a mantenere lavoro, servizi, competenze e relazioni economiche.
L’artigianato, soprattutto nei piccoli centri, non è quindi soltanto una componente produttiva. È spesso un presidio contro lo spopolamento, un luogo di formazione professionale e una delle poche possibilità concrete per un giovane di costruire il proprio percorso senza essere costretto a trasferirsi.
“Non possiamo celebrare l’intraprendenza dei giovani e poi lasciarli soli davanti agli ostacoli burocratici, ai costi e alle difficoltà nel reperire personale qualificato – sottolinea il Presidente dei Giovani di Confartigianato Sardegna – la piccola impresa non è un ripiego, ma una scelta professionale che può generare innovazione, occupazione e valore”.
Secondo Urru, “in Sardegna la questione giovanile non può essere separata dallo spopolamento e dal progressivo indebolimento economico di molti territori. Quando un giovane è costretto a lasciare il proprio paese perché non trova lavoro, opportunità formative o le condizioni per avviare un’attività, la comunità perde molto più di un residente: perde competenze, energie, idee e possibilità di sviluppo. Nei centri più piccoli, l’artigianato rappresenta spesso un presidio essenziale, capace di mantenere servizi, creare occupazione e trasmettere saperi tra generazioni. I giovani imprenditori artigiani sono quindi una risorsa strategica per la coesione territoriale. Aprire un laboratorio, rilevare un’attività esistente o innovare un’impresa familiare significa contribuire concretamente alla vitalità di una comunità”.
“Non basta chiedere ai giovani di restare: occorre creare le condizioni perché possano farlo. I dati del dossier ci impongono un cambio di prospettiva – conclude il Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato Sardegna – l’obiettivo deve essere rendere concretamente possibile e conveniente scegliere la Sardegna per lavorare, fare impresa e mettere a frutto le proprie competenze”.
Secondo le ultime analisi sui giovani imprenditori sardi, realizzate dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, che ha analizzato dati di Istat, UnionCamere, INPS e Istat, su 12mila giovani realtà isolane, con 30mila dipendenti, 2.570 imprese, il 21%, sono artigiane giovanili che offrono lavoro a 9mila addetti. Sul totale solo il 30% è guidato da giovani donne mentre la presenza di giovani stranieri nel comparto artigiano è limitata al 5,8%. I settori con la maggiore presenza di giovani artigiani sono: Servizi alla persona (655 imprese); Lavori di costruzione specializzati (527); Costruzione di edifici (344); Ristorazione (199); Riparazione computer e beni per la casa/auto (150).
La Sardegna sta affrontando la sfida demografica più dura d’Italia. Secondo le proiezioni, nei prossimi 25 anni l’Isola subirà la contrazione della popolazione in età lavorativa (20-64 anni) più marcata a livello nazionale, con una riduzione di 331 mila unità (-36,8%). Il calo della sola popolazione under 35 sarà altrettanto drastico: 150 mila giovani in meno entro il 2051 (-35,1%), il secondo peggior dato tra le regioni italiane dopo la Calabria. Questo scenario mette a serio rischio la continuità del sistema produttivo e la tenuta sociale del territorio.
Il paradosso del mercato del lavoro: cala l'occupazione, cresce l’inattività. Nel periodo 2021-2025, mentre l’Italia ha registrato una crescita dell’occupazione giovanile dell’8,9%, la Sardegna è stata l’unica regione italiana a segnare un calo dell’occupazione under 35 (-1,4%), perdendo circa 1.500 occupati. I dati evidenziano un tasso di occupazione giovanile fermo al 38,4%, inferiore di 5,5 punti rispetto alla media nazionale, a fronte di un tasso di inattività del 54,1%, tra i più elevati del Paese. Nonostante la diminuzione dei Neet (-12% nell'ultimo anno), restano 33 mila i giovani che non studiano e non lavorano.
A peggiorare il quadro è la “fuga dei talenti”: il saldo migratorio dei laureati (25-39 anni) è pari al -16,4‰, indicando che i giovani qualificati lasciano l'Isola due volte e mezzo più frequentemente rispetto alla media nazionale. Red











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