Teheran, 11 Lug 2026 - Un nuovo fantasma si aggira sui già fragili equilibri geopolitici tra Washington e Teheran. Israele ha condiviso con l'intelligence statunitense informazioni riservate riguardanti un presunto complotto ordito dall'Iran per assassinare il presidente Donald Trump. Nonostante all'interno dei servizi segreti americani serpeggi un certo scetticismo sulla reale operatività del piano, il Commander-in-Chief ha preso la minaccia terribilmente sul serio.
"Sono il loro bersaglio numero uno da anni, almeno dal 2020", ha confessato Trump riferendosi alla storica scia di sangue aperta con l'uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Il presidente ha poi lanciato un monito senza precedenti: "Se dovesse accadere, ho già lasciato istruzioni scritte: bombardare l'Iran con una potenza mai vista prima".
L'avvertimento di Tel Aviv piomba come un macigno su un Memorandum of Understanding faticosamente siglato e già messo a dura prova dai recenti lanci di missili contro i mercantili nello Stretto di Hormuz. I mediatori del Qatar stanno provando a salvare il cessate il fuoco, ma via social Trump ha gelato le speranze dichiarando l'accordo "terminato" e tenendosi, di fatto, le mani libere per nuove azioni militari. Dal canto suo, Teheran bolla come totalmente false le indiscrezioni su prossimi round di colloqui.
Il clima di massima allerta ha condizionato persino i recenti spostamenti del presidente al vertice Nato di Ankara. Nel viaggio di rientro verso gli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza e timore di attacchi missilistici, l'entourage presidenziale ha preferito far viaggiare Trump a bordo del vecchio Air Force One – dotato di collaudati sistemi di contromisura difensiva – costringendolo a uno scalo tecnico nel Regno Unito prima di poter salire sul nuovo e lussuoso velivolo donato dal Qatar, ritenuto sprovvisto dei necessari standard di protezione.
Mentre la frustrazione alla Casa Bianca cresce, una parte degli apparati di sicurezza statunitensi valuta con cautela i rapporti consegnati dagli alleati. Il timore latente è che il governo guidato da Benjamin Netanyahu, da sempre fermamente contrario a qualsiasi intesa diplomatica o memorandum tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica, stia cavalcando l'allarme per esasperare il nervosismo di Trump. L'obiettivo profondo, secondo diversi analisti, sarebbe quello di forzare la mano di Washington e spingerla a riprendere la campagna di raid aerei a pieno regime, superando le recenti frizioni che avevano visto la Casa Bianca escludere Israele dalle ultime pianificazioni militari nel Golfo.
Il braccio di ferro diplomatico tra Washington e Teheran si arricchisce di un nuovo, categorico aut-aut. Secondo quanto riferito dall'agenzia Bloomberg, che cita un alto funzionario americano, gli Stati Uniti non firmeranno alcun accordo bilaterale se l'Iran non accetterà di consegnare la sua "polvere" nucleare, con chiaro riferimento alle scorte di uranio arricchito accumulate all'interno del proprio territorio.
La richiesta si configura come una linea rossa invalicabile per l'amministrazione statunitense. Senza la cessione del materiale che costituisce il fulcro del programma atomico della Repubblica Islamica, la Casa Bianca è pronta a far saltare i tavoli delle trattative tecniche.
Questa indiscrezione giunge in un momento di estrema delicatezza, proprio mentre si preparano i canali di dialogo in territorio neutrale per allentare la crisi internazionale e mettere in sicurezza le rotte commerciali del Medio Oriente.
Il diktat di Washington punta a disarmare preventivamente qualsiasi capacità di escalation atomica di Teheran. Per gli Stati Uniti, la rimozione fisica o il trasferimento tracciabile del materiale fissile rappresenta l'unica vera garanzia per siglare un'intesa duratura, stringendo i tempi per una risposta definitiva da parte del governo iraniano.
Attraverso un messaggio pubblicato sul social network X, il capo della diplomazia di Teheran ha rivendicato con fermezza la condotta del proprio Paese, assicurando che l'Iran ha mantenuto la parola data e ha rispettato ogni singolo punto degli accordi per la de-escalation nel Golfo.
L'amministrazione Trump ritiene che un accordo sul nucleare con l'Iran sia sempre più improbabile. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario dell'amministrazione, secondo il quale l'Iran dovrebbe rilasciare nelle prossime ore una dichiarazione pubblica per dire che lo Stretto di Hormuz è aperto e per impegnarsi a non sparare alle navi. Se non ci sarà una dichiarazione in questo potrebbero essere gravi conseguenze, ha aggiunto il funzionario dell'amministrazione. L'analisi sembra lasciar intravedere un possibile cambio di strategia per l'Iran.
L'amministrazione guidata da Donald Trump alza la pressione e chiede all'Iran una presa di posizione ufficiale e pubblica. Secondo quanto riferito dall'agenzia Bloomberg, che cita un funzionario americano sotto anonimato, la Casa Bianca esige che Teheran specifichi chiaramente che lo Stretto di Hormuz è aperto alla navigazione internazionale e si impegni, in modo formale, a cessare i bombardamenti e le ostilità contro le navi commerciali nella regione.
La mossa punta ad allentare le forti tensioni geopolitiche e le preoccupazioni dei mercati che stanno paralizzando i transiti in una delle rotte energetiche più vitali del pianeta. Gli Stati Uniti si aspettano una dichiarazione pubblica immediata per distendere la situazione; in caso contrario, la fonte governativa ha avvertito che la reazione di Washington sarà ferma e che potrebbero esserci pesanti conseguenze militari ed economiche per la Repubblica Islamica.












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