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Cna Sardegna – Produttività: la Sardegna è terzultima in Italia con 34,8 euro di valore aggiunto per ora lavorata contro i 43,2 della media nazionale. Il divario è strutturale e riguarda tutti i settori.

Cagliari, 15 Ott 2026 - La bassa produttività è il nodo irrisolto dell’economia sarda. È quanto emerge dal report “Analisi del sistema produttivo della Sardegna: il problema della bassa produttività”, elaborato dal Centro Studi di CNA Sardegna, che confronta l’Isola con le altre regioni italiane e indaga le cause di un ritardo che si protrae da decenni.

Negli anni duemila l’economia regionale ha faticato a mantenere il passo della media nazionale: tra il 2013 e il 2019 la crescita media è stata persino negativa. Dopo la caduta del 2020, la forte espansione delle costruzioni (incentivi fiscali e investimenti legati al PNRR) e il recupero del turismo hanno impresso un’accelerazione che ha temporaneamente mascherato le debolezze strutturali. Con l’esaurirsi della spinta edilizia la crescita ha rallentato vistosamente nel 2024 e nel 2025, mentre nel 2026 inflazione, calo della fiducia, nuova stretta del credito e rallentamento del turismo hanno fatto riemergere tutte le criticità.

Il divario - 34,8 euro di valore aggiunto per ora lavorata nel 2023 contro 43,2 della media italiana (circa -19%): Sardegna terzultima, davanti solo a Puglia (32,5) e Calabria (32,1); Trentino-Alto Adige a 52,4 e Lombardia a 51,2.

Non è solo una questione di settori - 82% delle ore lavorate in settori a produttività medio-bassa contro il 72,5% dell’Italia; ma a parità di struttura settoriale la Sardegna resta terzultima (37,8 euro per ora contro 43,2);

tra il 2014 e il 2019 la produttività per occupato è calata dello 0,2% l’anno (+0,1% in Italia); nel 2024 l’indice della produttività oraria (1995 = 100) è a 99,4 contro 101,9 dell’Italia e 103,6 del Sud;

imprese piccole (2,9 addetti contro 4,0; 59% degli occupati in imprese sotto i 10 addetti contro il 41%), R&S privata allo 0,15% del PIL (0,92% in Italia), laureati e giovani, credito caro, internazionalizzazione quasi assente, squilibri tra province;

un patto per la produttività: crescita dimensionale e aggregazioni, innovazione e trasferimento tecnologico, competenze e giovani, credito accessibile, internazionalizzazione e riequilibrio territoriale.

Si potrebbe pensare che il ritardo dipenda da un’economia più concentrata in attività a minor valore aggiunto, come turismo, costruzioni e agricoltura. In effetti in Sardegna l’82% delle ore lavorate si concentra in settori a produttività medio-bassa, contro il 72,5% della media nazionale, il 79% del Mezzogiorno e meno del 68% di Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Marche. Ma il Centro Studi ha verificato l’ipotesi ricalcolando la produttività con la stessa distribuzione settoriale delle ore della media italiana: il risultato non migliora e l’Isola resta terzultima, con 37,8 euro per ora contro 43,2. Non solo la Sardegna ha una struttura economica sbilanciata verso settori a bassa produttività, ma la produttività dei singoli settori è inferiore alle medie nazionali.

Le criticità sono più marcate in ambiti strategici come trasporti, costruzioni, agricoltura e agroindustria, ma riguardano anche il turismo: nel comparto ricettivo e della ristorazione le imprese sarde si fermano a 23,6 euro per ora lavorata, in linea con la media nazionale e lontane da Trentino-Alto Adige (38 euro), Lazio (28) e Veneto e Toscana (26,5).

Il gap non è congiunturale. Tra il 2014 e il 2019 la produttività del lavoro (PIL per occupato) è diminuita in Sardegna dello 0,2% l’anno, mentre a livello nazionale è cresciuta in media dello 0,1%. Nel biennio 2021-2022 qualche segnale positivo si era registrato, ma i dati più recenti hanno riportato la produttività regionale su un percorso discendente. Nel 2024 l’indice della produttività oraria, fatto 100 il livello del 1995, è a 99,4 in Sardegna, contro 101,9 dell’Italia, 102,8 del Nord e 103,6 del Sud: in quasi trent’anni la produttività oraria dell’Isola è rimasta di fatto ferma.

Nel 2020-2024 il passo è migliorato: la produttività per occupato è cresciuta in Sardegna dello 0,8% l’anno, contro lo 0,5% dell’Italia. Ma il recupero parte da un livello molto basso, non colma il divario accumulato e, secondo i dati più recenti, tende a indebolirsi di nuovo, mentre la crescita del PIL ha perso slancio dopo l’esaurirsi della spinta dell’edilizia.

Il report individua una catena di fattori che si rafforzano a vicenda: dimensione delle imprese, innovazione, competenze, credito e presenza sui mercati internazionali.

Imprese piccole, poca innovazione. La dimensione media dell’impresa sarda è di 2,9 addetti contro i 4,0 della media nazionale e i 4,7 del Nord-Ovest, e le imprese con meno di dieci addetti assorbono il 59% dell’occupazione (41% in Italia). La piccola dimensione frena le economie di scala e la capacità di produrre e assorbire innovazione: la spesa privata in ricerca e sviluppo è pari ad appena lo 0,15% del PIL contro lo 0,92% nazionale. Il ritardo riguarda anche le imprese con più di dieci addetti: nel 2022 hanno speso in media 74 mila euro in R&S contro i 195 mila della media italiana e il 55% ha condotto attività innovative (59% in Italia, 61% nel Nord).

Digitalizzazione. Solo il 67% delle imprese sarde con più di dieci addetti ha un sito internet, contro il 93% del Trentino-Alto Adige e il 90% del Friuli-Venezia Giulia; appena nel 52% dei casi gli addetti usano almeno una volta a settimana computer connessi a internet (68% nel Lazio, 60% in Trentino-Alto Adige). Rarissimi la vendita online e l’e-procurement, e la Sardegna occupa posizioni mediocri in quasi tutti gli indicatori dell’indice Desi regionale.

Capitale umano e giovani. I laureati sono meno del 19% della popolazione tra i 25 e i 64 anni, un dato che colloca l’Isola tra le ultime 20 regioni europee; tra gli occupati sono il 23% contro il 26% nazionale e il 29% del Centro. Cresce la quota di studenti che lasciano la Sardegna: nell’anno accademico 2023/2024 il 16,2% dei 42.403 universitari sardi studiava in atenei di altre regioni (11,4% nel 2011/2012), mentre gli iscritti negli atenei dell’Isola sono scesi da 47.572 a 35.539, oltre 12 mila in meno in poco più di un decennio. Pesa la condizione dei più giovani: la disoccupazione tra i 25 e i 34 anni è al 15% contro il 9,5% nazionale e il 5% del Nord, e quasi un giovane su cinque è Neet (19,4%, contro il 16,5% in Italia).

Credito e finanza. Un sistema bancario selettivo e tassi elevati penalizzano soprattutto le PMI: a dicembre 2025 le imprese sarde pagavano in media il 6,58% per esigenze di liquidità (4,95% la media italiana; più alto solo il dato calabrese) e il 4,88% per gli investimenti (4,29% in Italia). Limitato anche lo sviluppo del private equity: tra le nuove società di capitali con fatturato sotto i 5 milioni istituite negli ultimi cinque anni, le start-up innovative sono l’1,9% contro il 3,0% nazionale, il 4,0% della Lombardia e il 4,2% del Friuli-Venezia Giulia.

Internazionalizzazione. Secondo l’indagine periodica di CNA su un campione di imprese artigiane, meno dell’1% delle aziende opera in ambito internazionale. Le stime Cerved indicano che solo il 6,3% delle PMI sarde (società di capitali non finanziarie, dati 2019) ha un’organizzazione adatta all’estero, contro il 20,7% della media nazionale e l’8,7% del Mezzogiorno.

Il quadro si complica guardando all’interno dell’Isola. Nell’indice di competitività territoriale elaborato dal Cresme sulle 107 province italiane, Cagliari è 34ª (sette posizioni guadagnate rispetto al 2019) e unica provincia del Mezzogiorno tra le prime 50; Sassari scivola al 75° posto (era 61ª nel 2019), Nuoro è 82ª, Oristano 97ª e Sud Sardegna 106ª. Il capoluogo eccelle per innovazione, dotazione infrastrutturale e accessibilità, ma tutte le province sarde sono frenate dalla scarsa vivacità demografica, con Nuoro, Oristano e Sud Sardegna tra le ultime d’Italia. Le risorse umane ed economiche confluiscono verso Cagliari e il suo hinterland, accelerando il declino delle aree interne e delle province meno accessibili. Anche nel turismo le strutture ricettive lavorano al massimo della capacità per meno di due mesi l’anno a Sassari, 65 giorni a Nuoro e Sud Sardegna e 63 a Oristano.

“Il report del nostro Centro Studi – dichiarano Luigi Tomasi e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale di Cna Sardegna – dimostra che la bassa produttività non è l’effetto di un’economia più orientata a turismo o edilizia: anche a parità di settori l’Isola resta terzultima in Italia. Per anni la crescita di costruzioni e turismo ha coperto questo ritardo; oggi, con il rallentamento, il conto torna a farsi sentire e rischia di allargare il divario con il resto del Paese.”

“Le cause sono note e si rafforzano a vicenda – proseguono Tomasi e Porcu –: imprese troppo piccole e poco capitalizzate, scarsa innovazione e digitalizzazione, un capitale umano che non riusciamo a formare e a trattenere, credito caro, poca presenza sui mercati internazionali e territori che si svuotano. Serve un patto per la produttività che accompagni le micro e piccole imprese nella crescita dimensionale e nelle aggregazioni, sostenga innovazione e trasferimento tecnologico, investa su competenze e giovani e renda il credito più accessibile.”

“Per la Sardegna – concludono i vertici Cna – chiediamo anche una politica di riequilibrio territoriale, con infrastrutture e servizi capaci di tenere vive le aree interne, e un sostegno strutturale all’internazionalizzazione. Senza un salto di produttività non ci sarà crescita duratura: le imprese artigiane e le PMI sono pronte a fare la loro parte, ma servono scelte coerenti e di lungo periodo”. Com

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