Washington, 6 Nov 2026 - Alle elezioni di midterm i democratici vincono al Senato e alla Camera, conquistando la maggioranza sull'intero Congresso.
I democratici avranno 228 seggi alla Camera contro i 139 dei repubblicani. Per la Cnn è uno tsunami blu. Al Senato avranno 54 seggi, oltre la maggioranza di 51.
Nonostante il riconoscimento formale della sconfitta alle elezioni di metà mandato e le congratulazioni di rito rivolte ai democratici, Donald Trump torna a cavalcare la retorica della contestazione elettorale. Parlando con i cronisti all'interno dello Studio Ovale, il presidente statunitense ha rilanciato un attacco a tutto campo contro l'integrità del voto: «Le nostre elezioni sono così truccate, non ne avete idea».
Più che una contestazione mirata su singoli seggi dell'ultima tornata, l'affondo rievoca i temi cari ai suoi comizi sulla presunta corruzione del sistema. Un segnale politico chiaro: l'inquilino della Casa Bianca non intende subire passivamente il verdetto delle urne e si prepara a blindare la propria agenda prima dell'insediamento formale del nuovo Congresso a maggioranza democratica, fissato per il 3 gennaio 2027.
Nel gergo politico di Washington si apre così la fase del "lame-duck sprint" (la corsa dell'anatra zoppa), quel lasso di tempo in cui la maggioranza uscente sfrutta le ultime settimane di controllo parlamentare per varare quanti più provvedimenti possibili. Un precedente storico analogo risale al 1974, quando, all'indomani delle dimissioni di Richard Nixon e del voto di midterm, il Congresso uscente riuscì a licenziare ben 138 provvedimenti sostanziali in un mese.
La priorità più stringente per Trump e per il Pentagono riguarda il finanziamento della difesa, reso critico dal contesto bellico internazionale e dalle imminenti scadenze legislative. La richiesta iniziale della Casa Bianca ammonta a una cifra record senza precedenti: 1.500 miliardi di dollari.
La maxi-manovra ha tuttavia sollevato resistenze non solo tra i banchi dell'opposizione democratica, ma anche all'interno dello stesso Grand Old Party. Di fronte a queste frizioni, l'amministrazione sta valutando un piano di riserva da 1.100 miliardi (con un taglio lineare da 400 miliardi), ma la prospettiva più realistica appare un accordo bipartisan d'emergenza circoscritto attorno ai 100 miliardi di dollari.
La stretta per decreto su immigrazione e commercio
Sull'immigrazione, architrave della sua piattaforma politica, il tycoon intende bypassare le strettoie legislative del futuro Congresso a trazione dem. I consiglieri presidenziali stanno mettendo a punto una batteria di decreti e ordini esecutivi volti a rafforzare la linea dura ai confini sfruttando appieno i poteri speciali e le prerogative esclusive del comandante in capo.
Un approccio analogo è destinato a essere replicato sul fronte dei dazi commerciali e delle nomine dell'amministrazione federale, dove la Casa Bianca intende accelerare prima che il Campidoglio cambi colore.
Il dossier più delicato e dalle conseguenze più durature riguarda infine l'assetto della Corte Suprema. Con il ritorno del Senato sotto il controllo democratico a partire da gennaio, Trump perderà qualsiasi capacità di far confermare giudici federali o togati del massimo tribunale.
Nel fronte repubblicano si era accarezzata l'ipotesi di convincere uno dei due giudici conservatori più anziani, Samuel Alito o Clarence Thomas, a un ritiro anticipato per consentire una nomina lampo in queste settimane di transizione e mettere al sicuro la maggioranza 6-3. Un'opzione che tuttavia sembra già tramontata: il giudice Alito ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di fare un passo indietro, chiudendo di fatto l'ultima finestra utile per i conservatori prima del passaggio di consegne a Capitol Hill.
Donald Trump punta il dito contro l'opposizione democratica dopo i ribassi a Wall Street seguiti al voto di metà mandato. «Il mercato azionario ha vissuto una delle peggiori giornate della storia in seguito ai risultati delle elezioni. È davvero triste assistere a tutto questo!», ha scritto il presidente statunitense su Truth Social. Il sette volte bancarottiere e pregiudicato, ha collegato le perdite sui listini all'impatto sui piani pensionistici dei cittadini, scaricando interamente la responsabilità politica: «Ricordate: non è colpa dei repubblicani, ma degli stupidi democratici». Trump ha poi concluso con un messaggio di rassicurazione ai suoi sostenitori: «In un modo o nell'altro, torneremo presto più grandi e più forti che mai. Rendiamo l'America di nuovo grande!».
Un messaggio politico tutt'altro che velato, piazzato strategicamente sotto gli occhi di telecamere e taccuini. Mentre firmava nello Studio Ovale il provvedimento per vincolare gli arredi della stanza presidenziale, Donald Trump ha mostrato un nuovo e vistoso dettaglio posato sulla storica scrivania presidenziale, la Resolute Desk: un cappellino da baseball rosso con la scritta bianca cubitale «Veto».
L'accessorio, di dimensioni sensibilmente più grandi rispetto a un normale copricapo, è lo stesso la cui immagine era stata rilanciata dal tycoon sul suo social Truth nella concitata notte elettorale delle midterm. All'indomani della sconfitta repubblicana e della riconquista democratica di Capitol Hill, l'oggetto assume ora il valore di un manifesto programmatico per i prossimi due anni di convivenza forzata con il potere legislativo.
Appoggiato in bella mostra a pochi centimetri dai documenti presidenziali, il cappello simboleggia l'arma principale a disposizione dell'amministrazione per arginare le iniziative della futura maggioranza dem: la prerogativa costituzionale del veto presidenziale. Un promemoria visivo con cui Trump chiarisce che qualsiasi provvedimento sgradito approvato dal nuovo Congresso troverà un muro invalicabile prima di poter diventare legge.
Nessun passo indietro e nessun disimpegno dal governo. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha smentito categoricamente le indiscrezioni su un suo possibile addio all'amministrazione, circolate con insistenza all'indomani della sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato.
In un'intervista rilasciata al New York Times, il capo della diplomazia di Washington ha respinto al mittente le ricostruzioni che lo vorrebbero in uscita dal gabinetto presidenziale: «Lavorare per il presidente Trump fino al termine del suo mandato è sempre stato il mio piano. Non so da dove provengano certe voci. Amo il lavoro che sto svolgendo».
Nonostante la netta rassicurazione sulla fedeltà all'attuale incarico, Rubio ha scelto di mantenere una linea di stretta riservatezza sulle sue ambizioni future, evitando di rispondere a domande dirette sul proprio percorso politico e sulle speculazioni relative a una sua possibile corsa alle primarie presidenziali del 2028. Una posizione che punta a blindare l'attività del Dipartimento di Stato in una fase complessa per la Casa Bianca, congelando per il momento ogni dibattito sulla futura leadership del Partito Repubblicano.
Nithya Raman, consigliera comunale di Los Angeles poco conosciuta e sostenuta dai Democratic Socialists of America, ha sconfitto la sindaca Karen Bass, esponente dell'establishment democratico. Si tratta di una vittoria a sorpresa che cambierà il corso della seconda città più grande degli Stati Uniti. La campagna elettorale di Raman, nata in India, ha segnato un cambio generazionale a City Hall, con gli elettori che hanno seguito l'esempio di New York, dove il socialista democratico Zohran Mamdani è stato eletto lo scorso anno. Raman, tuttavia, non ha mai attirato la stessa attenzione a livello nazionale e ha sottolineato più volte, durante la campagna, la sua disponibilità a prendere le distanze dall'ala progressista del partito. In un video con lo skyline del centro città sullo sfondo, Raman ha reso omaggio a Bass e ha ringraziato i suoi volontari. Ha promesso di "costruire alloggi accessibili a tutti, parchi dove i nostri bambini possano giocare, un sistema di trasporto pubblico che porti le persone dove devono andare, una città sicura per i suoi lavoratori e le sue famiglie e un'amministrazione comunale in grado di mantenere le promesse". Bass ha dichiarato in un comunicato di aver chiamato Raman per congratularsi con lei per la vittoria.
Gli Stati Uniti sono "armati fino ai denti" e pronti, in caso, a portare a termine la guerra con l'Iran. Lo ha detto il presidente Donald Trump, rispondendo alle domande dei giornalisti nello Studio Ovale. "In questo momento stiamo costruendo più armi per le nostre forze armate di quante ne abbiamo mai costruite prima e siamo pronti e perfettamente equipaggiati", ha detto. "Se dovessimo portare a termine il resto dell'operazione in Iran, siamo assolutamente pronti e armati fino ai denti", ha insistito.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di lanciare un nuovo attacco all'Iran. "Penso che ci vorranno 25 anni per ricostruire il Paese. Preferirei non distruggere il resto del Paese, se possibile, ma forse sarò costretto a farlo. Lo saprete molto presto", ha detto rispondendo alle domande dei giornalisti nello Studio Ovale.
All'indomani della batosta alle midterm Donald Trump torna a ad attaccare il sistema elettorale americano. "Le nostre elezioni sono così truccate, non avete idea", ha dichiarato il presidente americano nello Studio Ovale senza precisare a quale voto si riferisse in particolare.
Il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, convinto oppositore del presidente Donald Trump, ha anticipato che la prossima settimana, alla ripresa dei lavori del Congresso dopo la pausa delle midterm, ripresenterà la mozione di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
"C'è un solo scenario in cui non ripresenterò la mozione di impeachment: se Hegseth si dimette", ha scritto Massie in un post su X. Il deputato ha più volte criticato Trump, Hegseth e i vertici repubblicani al Congresso per il loro sostegno alla guerra contro l'Iran, finendo nel mirino del tycoon che è riuscito a fargli perdere le primarie repubblicane.
Questa mattina, Massie ha poi avvertito di considerare la sua "risoluzione di impeachment contro Hegseth come una versione più blanda di ciò che accadrà quando saranno i democratici a controllare il Congresso", aggiungendo che, in quel caso, i dem" indirebbero audizioni e processi", nel resoconto dei media Usa.
Il deputato ha tentato a settembre di forzare una votazione sull'impeachment di Hegseth, ma lo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson, dispose la chiusura anticipata dei lavori prima che il voto potesse avere luogo.
Dopo oltre un giorno di silenzio seguito alla sconfitta dei repubblicani alle elezioni di medio termine, è tornato a farsi sentire Pete Hesgeth. In un lungo video postato su X, il segretario alla Difesa ha rivendicato l'azione del suo dicastero. Con una didascalia che sembra respingere al mittente le voci di una sua imminente partenza. "Al dipartimento della Guerra: Noi Resistiamo. Noi Combattiamo. Noi Difendiamo la Repubblica", ha scritto.
Con la guerra in Iran considerata il vero motivo della debacle repubblicana, secondo i media americani Hesgeth potrebbe essere presto sostituito e per lui si aprirebbe un futuro da senatore del Tennessee. E lo stesso presidente Donald Trump ha ammesso di avere ricevuto pressioni per licenzialo: "Ho tutta l'intenzione di tenerlo", ha però assicurato.
Hegseth, dal canto suo, ha ostentato sicurezza. "Mi attaccano. Non funzionerà. Non faremo passi indietro", ha avvertito. E ha mostrato di non avere paura neppure di una possibile messa in stato d'accusa. "L'impeachment non ha funzionato con il presidente Donald Trump. Non funzionerà neppure con me", ha detto. "Abbiamo appena iniziato a combattere. Siamo piu' determinati che mai, più risoluti che mai a portare a termine cio' che abbiamo iniziato. Rimarremo saldi. Combatteremo. E difenderemo questa Repubblica da tutti i nemici, esterni e interni", ha insistito.











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