Israele, 1 Nov 2026 - Il leader dell'opposizione israeliana Gadi Eisenkot apre formalmente all'ipotesi di formare un governo con l'appoggio dei partiti arabi, reduci da un risultato elettorale senza precedenti nelle legislative di martedì. Il capo della formazione Yashar, arrivata seconda al voto, ha tracciato la rotta annunciando che qualunque deputato disposto a sottoscrivere quattro paletti programmatici essenziali potrà essere considerato un interlocutore per la nascita del nuovo esecutivo.
«Le porte del governo che formeremo saranno aperte a qualsiasi rappresentante eletto che accetti questi principi e sia pronto ad assumersi la responsabilità che questo momento richiede», ha scandito l'ex generale in una nota ufficiale.
I quattro paletti programmatici
Le condizioni poste da Eisenkot definiscono un perimetro chiaro ma rigoroso:
Il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; l'adesione esplicita ai valori sanciti dalla Dichiarazione d'indipendenza, l'estensione del servizio obbligatorio — militare, nazionale o civile — a tutti i cittadini israeliani, compresi arabi e cristiani, la qualifica inequivocabile di Hamas come organizzazione terroristica, le cui capacità operative, militari e di governo nella Striscia di Gaza devono essere definitivamente sradicate.
Tra le prime mosse legislative all'insediamento della nuova Knesset, Eisenkot ha preannunciato l'immediata istituzione di una commissione statale d'inchiesta indipendente sui fallimenti legati agli attacchi del 7 ottobre e l'avvio della riforma per l'arruolamento universale, finalizzata a rinforzare gli organici dell'esercito. «Che nessuno vi inganni: nello Stato di Israele è la Knesset che concede la fiducia al governo, non il contrario», ha ammonito.
I numeri della Knesset: l'aritmetica dello stallo:
L'iniziativa giunge all'indomani dell'ufficializzazione dei dati da parte della Commissione elettorale centrale, che certificano una situazione di sostanziale stallo politico nel Parlamento da 120 seggi. Il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu si attesta come prima forza con 27 seggi, ma l'intera coalizione di destra si ferma a quota 53, ben lontana dalla maggioranza assoluta fissata a 61 seggi.
Sul versante opposto, Yashar! di Eisenkot raccoglie 21 scranni, portando il fronte anti-Netanyahu a 48 seggi complessivi. In questo quadro numerico, l'unica via aritmetica per strappare il governo all'attuale premier passa inevitabilmente attraverso l'intesa con le formazioni rappresentative della minoranza arabo-israeliana, che con 19 seggi hanno segnato il proprio massimo storico.
Un sentiero stretto e le piazze divise:
L'apertura resta comunque un passaggio politico ad altissimo coefficiente di rischio. Durante la campagna elettorale, infatti, gran parte del blocco contrario a Netanyahu — in cui militano esponenti della destra sionista e diversi ex alti ufficiali delle forze armate — aveva categoricamente escluso qualsiasi accordo con le liste arabe, ipotesi fino a oggi sostenuta apertamente solo dal partito dei Democratici sul versante progressista.
Nel frattempo, il dibattito istituzionale si riflette nelle strade. In piazza Habima a Tel Aviv centinaia di manifestanti si sono dati appuntamento per sollecitare un accordo di coalizione allargato a Lista Congiunta e Lista Araba Unita. A pochi metri di distanza si sono radunati decine di contromanifestanti della destra pro-Netanyahu, intonando cori a favore del premier uscente, chiedendo il ritorno immediato alle urne e urlando slogan oltranzisti come “Occupare, espellere e colonizzare”.











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