Cagliari, 28 Apr 2021 - Subito dopo gli interventi dei capigruppo, l’Aula ha ascoltato l’esecuzione dell’inno sardo da parte dei Tazenda introdotto dalle launeddas di Roberto Tangianu e dall’organetto di Peppino Bande.
Ha quindi preso la parola il presidente della Regione Christian Solinas che, in apertura del suo intervento, ha letto un messaggio di auguri inviato dal presidente del Consiglio esecutivo della Corsica Gilles Simeoni.
Solinas ha quindi proseguito mettendo da parte l’intervento scritto in lingua sarda per rispondere, a braccio, alle sollecitazioni dei capigruppo. «La coscienza collettiva di una nazione e di un popolo intero si ritrova nei simboli che la sua storia ha costruito che abbiamo istituzionalizzato con provvedimenti normativi grazie anche a un Partito, il Psd’Az, che quest’anno compie un secolo di vita – ha detto Solinas – il gonfalone della Sardegna, l’inno e la nostra lingua sono elementi costitutivi di un comune sentire che lega ogni sardo al di là della sua appartenenza politica».
Il presidente ha poi fatto riferimento all’attualità e alle conseguenze provocate dalla pandemia: «Quest’anno in particolare Sa Die si pone come fulcro di un periodo che si è aperto con la Pasqua, proseguito con i 100 anni del Psd’Az, la Festa della Liberazione e l’84° anniversario della morte di Gramsci e anticipa il 1° maggio. Assume dunque un senso ancora più profondo dopo mesi difficili di sofferenza per il popolo sardo. Piangiamo le vittime della pandemia, vediamo la disperazione di famiglie e di intere popolazioni, basta pensare a ciò che sta accadendo in India. Davanti a questo obiettivo il messaggio deve essere di prospettiva e di speranza».
Solinas ha quindi replicato ad alcune affermazioni dei capigruppo del centrosinistra: «Sono state rievocate nuove tirannie, abusi insopportabili, nuovi feudatari – ha proseguito il capo dell’esecutivo – è vero: queste sfide si ripropongono ciclicamente e assumono, di volta in volta, le vesti di un feudatario, di un governante, di una politica sbagliata, di una pandemia”.
Per Solinas: «Sa Die de sa Sardigna ha segnato l’apice dei vespri sardi, la cacciata dei Vicerè e dei piemontesi in una vicenda originale, arrivata dopo la Rivoluzione Francese e, seppur staccata da quegli eventi, subì un’anticipata restaurazione molto più feroce di quella che si ebbe nel resto d’Europa dopo il Congresso di Vienna. In Sardegna la forza bruta dei Savoia giustiziò decine di sardi, squartò i cadaveri per appenderli alle 4 porte della città di Cagliari. È un aspetto del quale non parliamo, è l’altra faccia della medaglia. Il 28 aprile vengono cacciati i piemontesi e da lì parte un importante esercizio di cultura giuridica dei sardi che attraverso le antiche istituzioni del Regno riescono a governare in maniera ordinata la cacciata dei Vicerè. La Reale Udienza assume le funzioni vice regie a sale riunite, come era stabilito dagli antichi statuti, e Giommaria Angioy ha l’intuizione di integrare queste istituzioni con la convocazione dei tre Stamenti ecclesiastici, militari e reali. Angioy capisce però che quegli Stamenti non saranno in grado di rappresentare appieno una società che era radicalmente cambiata. Mancava infatti la borghesia delle città che chiedeva rappresentanza e mancava la rappresentanza delle popolazioni rurali. Quella saldatura tra i moti del 28 aprile a Cagliari e la spinta feudale ebbero però un epilogo del quale dobbiamo avere il coraggio di parlare: fu una sconfitta per tutti i sardi. Perché vi fu una restaurazione così feroce? Perché chi mandò Angioy a liberare Sassari lo tradì e tradì i sardi restaurando il regime monarchico. Finché non diamo una risposta chiara a questa domanda rischiamo che il rito de Sa Die rimanga pura celebrazione e non diventi paradigma. Dobbiamo avere il coraggio di dire che quella sconfitta fu il frutto del tradimento e del discredito che alcuni sardi gettarono nei confronti di chi governava quella fase rivoluzionaria. L’arcivescovo di Cagliari Melano venne mandato da alcuni ben identificati ceppi familiari dell’Isola a trattare con il Papa la resa e il ritorno dei Savoia».
Il presidente Solinas ha quindi fatto un parallelo con la situazione attuale: «Quando ci si lamenta del presidente, quando le sedute di quest’aula sono costellate dal tentativo di delegittimare lo Stesso Consiglio e la maggioranza credo che si debba fare una riflessione. Proviamo a dire qualche verità: da quando è stato istituito il sistema dei colori, la Sardegna è la Regione che ha avuto meno settimane di zona rossa di tutta Italia. Qual è lo scandalo della gestione? Lo si dica tenendo però conto dei numeri e non delle opinioni: la Regione Sardegna è quella che ha stanziato più risorse proprie, aggiuntive rispetto a quelle del governo, per ristorare aziende, cittadini e imprese. Lo certifica anche il Sole 24 Ore».
Sui vaccini e sulla situazione sanitaria, Solinas ha aggiunto: «Siamo in linea con il target e gli obiettivi assegnati dalla gestione commissariale nazionale. Nei giorni scorsi ci è stato detto di non andare oltre perché diversamente non si sarebbe potuto garantire l’approvvigionamento delle fiale. Vogliamo dire che la Sardegna è stata la prima ad aver vaccinato tutto il personale sanitario, circa 40mila soggetti e poi abbiamo proseguito con tutto il resto?». Solinas ha poi svelato un dato sui soggetti fragili: «Su 14mila chiamate hanno risposto in 3800. Io credo, ricordando il passaggio dell’Inno sardo che dice “est s’ora”, se vogliamo che sia davvero l’ora e non sia un momento sterile nella celebrazione di un pezzo della nostra storia dobbiamo recuperare il senso della verità. Va bene lo scontro politico ma questo si deve giocare su dati oggettivi e non sulle strumentalizzazioni. Solo così si può trovare l’unità”.
Il presidente ha poi parlato del PNNR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza: «Ho detto che c’è tutta la disponibilità a discutere insieme, abbiamo provato più volte a coinvolgere l’Aula. Il Governo ha individuato missioni e sottomissioni di carattere generale. La seconda fase verrà regolata con specifici accordi di programma. Ci sono, come ha detto Draghi, 90 milioni di euro, il resto lo Stato ha deciso di gestirlo attraverso le sue partecipate. Auguro a tutti i sardi soprattutto a chi sta fuori, una Die de sa Sardigna che può essere un utile momento di riflessione e prospettiva, Guardiamo al futuro con ottimismo, guardiamo alle opportunità che il superamento della pandemia darà a tutti noi. Creiamo le condizioni perché un sardo possa decidere di restare nell’Isola».
La seduta si è conclusa con un altro intervento musicale dei Tazenda che hanno cantato il celebre pezzo di Badore Sini “Non Potho Reposare” e l’esecuzione dell’inno sardo da parte di tutti i presenti in Aula. Com









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