Cagliari, 3 Mar 2’19 - La stagione lirica e del balletto 2019 ha preso avvio con la rappresentazione dell’opera “Lo Schiavo” del compositore brasiliano Antônio Carlos Gomes, su libretto in italiano di Rodolfo Paravicini.
Si tratta di una vera rarità. Mai prima d’ora questo spettacolo era stato posto in scena in Italia, infatti nel 1887 era stato programmato un primo allestimento a Bologna per poi essere misteriosamente cancellato (si sospetta a causa delle tematiche politiche sottese al componimento).
Ecco che il Sovraintendente Claudio Orazi continua a sorprendere il pubblico cagliaritano con proposte innovative capaci di calamitare l’attenzione anche degli altri teatri italiani, incrementando così la competitività della fondazione lirica isolana.
Dopo la Turandot di Busoni, la Fanciulla del West di Puccini, la Bella dormente nel bosco e la Campana sommersa di Respighi, la scelta ricade ora sullo Schiavo di Gomes.
Quest’opera costituisce un melodramma in quattro atti della durata complessiva di due ore, ambientato nel Brasile del 1567. La trama ruota intorno a un surreale legame amoroso fra Americo, figlio del crudele Conte Rodrigo, feudatario portoghese, e Ilàra indigena brasiliana e ancella del Conte. In questo legame si inserisce lo schiavo Iberé, dapprima indigeno soggiogato da Rodrigo e poi, dopo essere stato liberato da Americo, capo dei selvaggi guerrieri Tamoyos.
Come ogni dramma che si rispetti anche qui ritroviamo la tematica dell’amore non corrisposto (quella oggi nota come “friendzone”), a cui segue però non il solito scontro tra i due uomini che si contendono la bella fanciulla, ma il sacrificio di Iberé che, grato ad Americo, decide di sacrificarsi per dare modo a lui e Ilàra di fuggire dai Tamoyos, pronti ad ucciderli, considerandoli dei traditori nella loro lotta ai conquistatori portoghesi.
Aspetto peculiare è che in origine Gomes aveva pensato di ambientare la sua opera nel Brasile a lui contemporaneo, caratterizzato da fermenti antischiavisti. Nel 1880 la popolazione brasiliana, discendente dalla deportazione africana, aveva avviato una campagna diretta al superamento della schiavitù degli africani, presi dalla loro terra e condotti in altri Paesi per lavorare alle dipendenze dell’uomo bianco.
A ogni modo visto il contenuto prettamente politico e date le forti discussioni esistenti all’epoca, il compositore brasiliano aveva abbandonato la sua idea iniziale, preferendo spostare nel tempo la vicenda e sostituire gli schiavi africani con gli indigeni Tamoyos.
Per quanto attiene alla composizione, la stessa risente profondamente dell’eduzione musicale italiana di Gomes. Nella sua musica si ritrovano tracce, seppur sparse, di Verdi, senza tuttavia disdegnare riferimenti a Wagner. Non mancano comunque tratti caratteristici, attestanti l’origine brasiliana del compositore.
I primi due atti difettano musicalmente di passaggi significativi capaci di conquistare il pubblico e soprattutto far emergere le doti canore degli interpreti. Infatti bisogna attendere il terzo e il quarto atto per apprezzare la composizione e individuare il personaggio di Iberé come il protagonista dell’opera.
I passaggi più coinvolgenti sono senza ombra di dubbio quelli corali, connotati da melodie suggestive e in grado di risollevare lo spettacolo dal torpore che connota i primi due atti. Per l’occasione il teatro lirico ha affidato la direzione del coro nuovamente al maestro Donato Sivo, che si conferma come uno dei pezzi più pregiati della fondazione cagliaritana per le sue qualità artistiche.
La direzione dell’orchestra è stata affidata al maestro John Neschling, anch’egli di nazionalità brasiliana, il quale conduce con un buon ritmo, salvo eccedere in alcuni punti finendo per coprire il canto degli interpreti anziché sorreggerlo ed accompagnarlo.
Risultano apprezzabili i costumi realizzati da Domenico Franchi che appaiono verosimili seppur con alcuni discostamenti. Analogo discorso vale per la scenografia di Tiziano Santi, caratterizzata dalla presenza di una serie di liane e da una piantagione presente sul fondo del palco, diretta a richiamare l’ambiente selvaggio della foresta brasiliana.
In merito agli interpreti nel secondo cast spiccano Andrea Borghini (Iberé), particolarmente applaudito dal pubblico al momento della chiamata alla ribalta, Lorenzo Decaro (Americo), nonché Francesca Tassinari (Contessa di Boissy).
Al netto di tutte queste componenti può descriversi lo spettacolo come piacevole, seppur lento a coinvolgere il pubblico dovendo attendere la fine del terzo atto ed il quarto atto per apprezzare la musica e le doti degli interpreti e del coro.















