Cagliari, 19 Giu 2020 - Ho letto, con molto sommariamente, un progetto di riforma del Codice di Procedura Penale.
Una miscela di norme senza logica, ne utilità che sembrano scritte da chi non abbia mai lavorato in tribunale, un’unica ratio: abbreviare i tempi di durata delle indagini e dei processi, a scapito della qualità e dei diritti della difesa dell’imputato e soprattutto di quelli delle vittime, minando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale di cui all’art.112 della costituzione, perla del nostro diritto.
Se si restringono ancora i limiti di durata delle indagini, senza potenziare gli organici già insufficienti: dei magistrati e dei loro collaboratori, il rischio concreto sarà quello che: molte querele ( provenienti da privati indifesi cittadini) saranno archiviate, senza svolgere alcuna indagine, ancorché fondate e meritevoli di tutela; molti imputati saranno rinviati a giudizio, senza approfondite indagini, col doppio risultato negativo di vedere assolti ingiustamente molti malfattori e costringere più innocenti, che avrebbero potuto essere prosciolti già nel corso delle indagini, ad affrontare un pubblico processo costoso ed oneroso.
Preliminarmente a qualunque riforma, si dovrebbero aumentare gli organici di tutti i dipendenti del ministero della giustizia e costruire nuove carceri, per i condannati in via definitiva, dopo tre gradi di giudizio, nei quali però la difesa possa godere dei medesimi poteri dell’accusa, contrariamente a quanto accade oggi, per la maggior parte degli imputati che non dispongano di risorse ingenti, per poter competere alla pari col pubblico ministero, sia nelle indagini che nei dibattimenti.
La costruzione di almeno un nuovo carcere in ogni regione garantirebbe due risultati: che i colpevoli scontino – davvero- ed interamente la pena, in celle civili (contemporaneamente andrebbero eliminate tutte le forme di pena alternativa, ingiuste ed inutili) inoltre aprire cantieri pubblici creerebbe posti di lavoro, nonché ricchezza per il paese e le relative spese, secondo le leggi dell’economia, andrebbero iscritte nell’attivo del bilancio dello stato, concorrendo al raggiungimento del pareggio, così come richiesto dall’art. 97 della costituzione.
Se mancassero fondi: si dimezzino gli stipendi dei politici, si richiamino tutti i nostri soldati, sparsi nel mondo, che rischiano la vita in inutili e costose missioni, si investa finalmente nel lavoro, nella cultura, nei nostri talenti. A.B.














