Copenaghen, 25 Mar 2026 - Le elezioni politiche anticipate in Danimarca si chiudono con un quadro frammentato che lascia il Paese in una sorta di limbo politico.
Il blocco di sinistra guidato dalla premier uscente Mette Frederiksen ottiene più seggi di quello di destra. Ma nessuno dei due schieramenti ha i numeri per governare da solo.
Per la leader socialdemocratica si tratta di una vittoria amara: il suo partito ha registrato il risultato peggiore dal 1903, fermandosi intorno al 21,9%, un calo netto rispetto alle scorse elezioni.
Nel Folketing, il parlamento danese che conta 179 seggi, il cosiddetto “blocco rosso” (centro-sinistra) ottiene 84 poltrone, mentre il “blocco blu” (centro-destra) ne ha 77.
Per raggiungere la maggioranza di 90 seggi, diventa quindi fondamentale il ruolo dei Moderati, il partito di centro guidato dall'esperto ex primo ministro e attuale titolare del ministero degli Esteri, Lars Løkke Rasmussen. Con i suoi 14 seggi, Rasmussen è ufficialmente l'ago della bilancia. Ha già invitato gli altri leader a "venire a giocare" con lui, chiedendo però in cambio di ammorbidire le posizioni più radicali, come la tassa patrimoniale proposta dalla premier.
In Danimarca i governi di coalizione sono la regola, ma la situazione attuale è particolarmente ingarbugliata.
La premier Frederiksen, alla guida dal 2019, si è detta pronta a prendersi la responsabilità del governo per altri quattro anni, ma sa che la strada è in salita. Da una parte i suoi alleati storici, come i rosso-verdi del partito SF che hanno ottenuto un risultato storico diventando la seconda forza in parlamento, non vogliono scendere a patti con la destra. Dall'altra, i liberali hanno già fatto capire di non volere accordi.
I danesi si sono presentati alle urne preoccupati soprattutto dal carovita e dal futuro del welfare. La Danimarca è famosa per il suo modello sociale che protegge i cittadini "dalla culla alla tomba", ma l'inflazione e la crisi energetica hanno iniziato a incrinare questa sicurezza.
C'è poi il tema caldo dell'immigrazione. La premier ha portato avanti una linea durissima, tra le più rigide in Europa, nel tentativo di sottrarre voti alla destra populista. Questa strategia però le si è rivolta contro: i suoi elettori di sinistra l'hanno trovata spietata, mentre a destra il Partito del Popolo Danese è comunque cresciuto, arrivando al 9,1% con la promessa di azzerare l'arrivo di immigrati.
Anche se durante la campagna elettorale è passata in secondo piano rispetto all'economia, la questione resta centrale per la posizione geopolitica dello Stato. La Groenlandia è un territorio autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, insieme alle isole Faroe. Questi territori eleggono due rappresentanti ciascuno al parlamento di Copenaghen, completando il totale di 179 seggi.
Negli ultimi anni, la Groenlandia è finita al centro di un braccio di ferro internazionale a causa delle sue risorse naturali e della sua posizione strategica nell'Artico. L'interesse avido dell'amministrazione Trump ha messo la premier Frederiksen in una posizione difficile. Lei ha risposto con fermezza, definendo l'idea assurda e sottolineando che la Groenlandia non è in vendita. Questo atteggiamento ha rafforzato la sua immagine di leader capace di difendere la sovranità nazionale davanti ai giganti mondiali, ma ha anche creato frizioni con Washington che ora si sta cercando di ricucire attraverso trattative su un nuovo accordo di sicurezza per l'Artico.












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