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Sì alla candidatura di Ucraina e Moldavia, tensione sui paesi balcanici.

Bruxelles, 24 Giu 2022 - Sono due le immagini che hanno segnato la giornata di ieri a Bruxelles. La prima è quella di Zelensky che si collega con l'aula del Consiglio europeo che ha appena deciso il via libera allo status di candidato all'adesione per l'Ucraina e la Moldavia parlando di “uno dei momenti più importanti nei 30 anni di indipendenza” di Kiev. La seconda immagine della giornata ritrae l'Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell, scuro in volto, criticare il principio di unanimità delle decisioni in seno all'Unione dopo che i veti incrociati hanno impedito che lo status di candidato venisse riconosciuto anche a Macedonia del Nord, Albania e Bosnia.

“Questa decisione non riguarda solo l'Ucraina", ha detto Volodymyr Zelensky in collegamento con l'aula del Consiglio, "questo è il più grande passo verso il rafforzamento dell'Europa che si potrebbe compiere in questo momento, nel nostro tempo, e proprio nel contesto della guerra voluta dalla Russia, che sta mettendo alla prova la nostra capacità di preservare la libertà e l'unità. Grazie al vertice di tutti i leader europei. Grazie ai nostri eroi e a tutti coloro che difendono l'indipendenza dell'Ucraina e la libertà dell'Europa con le armi nelle loro mani. Grazie per aver reso possibile la nuova storia dell'Europa, ancora più forte, ancora più libera. Gloria all'Ucraina!”. Successivamente si sono collegate anche la presidente moldava Maia Sandu e l'omologa georgiana Salome Zourabichvili.

Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha parlato su Twitter di “un momento storico”, aggiungendo che "la giornata di oggi segna un passo cruciale nel vostro cammino verso l'Ue. Congratulazioni a Volodymyr Zelensky e Maia Sandu e al popolo ucraino e moldavo. Il nostro futuro è insieme". Rispetto alla Georgia, ha scritto che “il Consiglio europeo ha deciso di riconoscerne la prospettiva europea ed è pronto a concedere lo status di candidato una volta affrontate le priorità in sospeso”.

Affida le proprie congratulazioni a Twitter anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen: “È un buon giorno per l'Europa. I vostri paesi fanno parte della nostra famiglia europea. E la storica decisione odierna dei leader lo conferma”

Nessun risultato tangibile, nella giornata di oggi, per i paesi balcanici. "Questa è una brutta pagina", ha tagliato corto Borrell. 

Il vertice con i leader dei Balcani, prima del Consiglio, è terminato dopo quattro ore con un nulla di fatto. Il nodo è il veto della Bulgaria alla Macedonia del Nord, che ha chiesto l'adesione ormai 18 anni fa, nel 2004. Il premier filo-occidentale di Sofia, Kiril Petkov, è stato sfiduciato poche ore prima del vertice, il paese rischia di precipitare verso nuove elezioni dove le forze populiste e filorusse potrebbero prevalere. Le stesse che da tempo si contrappongono alla Macedonia del Nord con motivazioni scioviniste: molti bulgari non riconoscono che esista un popolo macedone, considerano il paese confinante una loro provincia, la lingua macedone un loro dialetto. Petkov non ha potuto altro che comunicare che solo il Parlamento ha il potere di decidere e sbloccare l'impasse. Il voto, su una proposta di mediazione avanzata dalla Francia, è previsto per domani. Non quella naufragata in mattinata e definita “inaccettabile” dal premier di Skopije Dimitar Kovacevski, ma su un nuovo compromesso definito in serata.

L'empasse riguarda anche l'Albania (adesione richiesta nel 2009) perché il dossier aperto presso le istituzioni comunitarie è lo stesso. “È una vergogna che un Paese Nato, la Bulgaria, tenga in ostaggio altri due Paesi Nato, la Nord Macedonia e l'Albania, nel pieno di una guerra nel nostro cortile di casa e che altri 26 membri dell'Ue restino fermi e impotenti”, afferma il premier albanese Edi Rama. Il problema è sempre l'unanimità. Di qui lo sconforto di Borrell, che ha ribadito: "Dobbiamo andare oltre, non possiamo continuare ad accettare che un membro solo blocchi tutto". 

C'è un terzo paese balcanico che ambisce allo status di candidato ed è la Bosnia-Ezegovina, la cui richiesta, risalente al 2016, è sostenuta da Austria e Slovenia. Nelle conclusioni del vertice si legge che il Consiglio è pronto a riconoscere la candidatura Ue della Bosnia-Erzegovina e a questo proposito invita la Commissione a riportare "senza indugio" sull'attuazione "delle 14 priorità" illustrate nella sua opinione con "un'attenzione speciale a quelle misure fondamentali che permettono al Consiglio di riunirsi per decidere la questione". Un altro nodo, infine, è la liberalizzazione dei visti per il Kossovo: anche qui, almeno per oggi, non si ha notizia di avanzamenti.

Mossa inattesa del presidente del Consiglio dei ministri italiano Mario Draghi, che ha chiesto un consiglio europeo straordinario a luglio dedicato solo ai temi dell'energia e del gas. L'obiettivo, implicito ma evidente, è quello di rendere possibile un intervento più deciso dell'Unione sulla questione energetica, come l'imposizione di un tetto al prezzo del gas. La proposta è appoggiata da alcuni paesi, Francia in primis, ma osteggiata dal fronte del rigore capitanato come in tante occasioni passate dal premier dei Paesi Bassi Mark Rutte: "Non siamo contrari per principio ma, sulla base delle prove che abbiamo, pensiamo che potrebbe non funzionare". Ma il lavoro della diplomazia italiana prosegue.

Il progetto di Comunità politica europea, detta anche "Wider Europe" (Europa più larga), è necessario per permettere all'Ue di offrire una prospettiva di avvicinamento e attrazione, cooperazione, stabilizzazione, a tutti i paesi terzi del Continente che lo vorranno; soprattutto una prospettiva molto più rapida di quella classica dell'allargamento, che spesso dura molti anni, quando non si blocca del tutto, e lascia un vuoto geopolitico che va riempito. È così che il presidente francese Emmanuel Macron ha spiegato, durante la conferenza stampa alla fine della prima giornata del Consiglio europeo in corso a Bruxelles, la sua proposta che discuteranno a cena i leader dei Ventisette: "La risposta geopolitica oggi, nel contesto della guerra in Ucraina è di continuare a dare la prospettiva dell'allargamento, ma io - ha detto Macron - rispondo francamente di no alla domanda se questa sia la buona prospettiva; perché ci vorrà molto tempo, e perché assistiamo anche a un fenomeno di 'fatica dell'allargamento' nei paesi che devono accedere, che dicono che il processo è troppo lungo. È troppo lungo e duro fare le riforme per venire da noi, la strada è lunga".

“È per questo - ha affermato il presidente francese - che ho proposto questa comunità politica europea” che vada "dalla frontiera russa e da quella turca, fino alla nostra estremità più occidentale, e dunque guardando anche ai britannici, ai paesi sul nostro continente che non sono membri dell'Ue. Dobbiamo costruire qualcosa per cooperare nel campo della difesa, della geopolitica, dell'energia, delle infrastrutture, dei progetti di circolazione delle persone, delle cose molto concrete che permettono di cambiare la vita della gente, avendo due volte all'anno delle discussioni geopolitiche, scambiando un'agenda comune".

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