Cagliari, 10 Giu 2022 - Per il comparto moda, sardo e nazionale, i produttori di abbigliamento, del tessile e delle lavorazioni in pelle, gli ultimi due anni sono stati i più duri dal secondo dopoguerra. Prima del Covid questo settore era uno dei fiori all’occhiello del made in Italy e del lusso da esportazione ma ora, con la mancanza di materie prime, l’aumento dei prezzi e la crisi internazionale, le imprese rischiano l’affossamento del fatturato e una frenata della ripresa.
Per stilisti, sarti, produttori e designer di abiti, calzature e accessori d’abbigliamento sono molteplici i fattori che stanno mettendo a dura prova la ripresa della moda a livello nazionale, e anche in Sardegna; tar questi la mancanza di materie prime, il loro costo fuori controllo, le nuove esigenze della clientela e la chiusura di importanti mercati internazionali.
Un settore, che nella nostra regione conta 268 realtà artigiane (il 79,3%) sulle 338 micro e piccole imprese totali del territorio (115 dell’abbigliamento, 142 del tessile e 41 della lavorazione della pelle), con 539 addetti artigiani sui 798 complessivi nel settore.
Sono questi i numeri, elaborati dall’Ufficio Studi di Confartigianato Sardegna nel dossier “Il ritardo della ripresa della Moda nell’Isola”, su dati ISTAT, che confermano la vocazione artigiana del comparto.
A Cagliari le piccole imprese del settore sono 95 con 299 addetti, nel Sud Sardegna 41 con 64 dipendenti, a Oristano 36 per 82 lavoratori, nel nuorese 60 realtà per 84 impiegati e nel nord Sardegna 106 realtà con 269 addetti.
Dopo il virus, il conflitto nel cuore dell’Europa è il fattore non secondario che a livello nazionale sta incidendo notevolmente sul PIL e sulle esportazioni. La moda italiana infatti, è il secondo settore per esportazioni in Russia, con vendite nel 2021 pari a 1,346 miliardi di euro, il 17,5% del totale, dietro ai macchinari e apparecchi per 2,147 miliardi, il 27,9% del made in Italy verso il Cremlino.
“Il momento non è semplice, non nascondiamocelo, ma le nostre imprese restano ottimiste e provano a reagire, incrementando le azioni promozionali e cercando di essere più presenti sul mercato – commenta Daniele Serra, Segretario Regionale di Confartigianato Imprese Sardegna – il 2020 è stato molto duro, visto che le aziende avevano già realizzato e consegnato le collezioni, ma con i negozi chiusi in tutto il mondo tanti prodotti sono rimasti invenduti, molti clienti li hanno resi e solo alcuni hanno chiesto sconti. Però, già nel 2021, tanti artigiani si sono fatti trovare pronti con nuove collezioni e tutti gli strumenti, virtuali e non, necessari a ricreare nuovi modelli”.
Per gli operatori, il ritorno delle fiere in presenza è uno dei pochi segnali positivi, che può anche contribuire a rilanciare gli interscambi con l’estero.
Mercati che si chiudono in Russia e Bielorussia, anche se le misure adottate a livello internazionale non riguardano direttamente la moda, il blocco alle attività di molte banche russe, senza dimenticare la mancata operatività delle carte di credito, sta portando una serie infinita di difficoltà e quindi tanti mancati acquisti. Inoltre, tra le misure ci sono anche provvedimenti per bloccare la vendita di beni di lusso, con un livello di prezzo, oltre il quale non si possono fare acquisti, molto basso.
Il mercato della moda sarda in Russia ammontava a 232mila euro l’anno. Ed è proprio sulla mancanza di materie prime che Confartigianato Sardegna lancia la proposta di coltivare, e trasformare, in loco piante come il cotone.
“Dal nostro osservatorio territoriale – dice Maria Giovanna Sechi, sarta e Presidente di Confartigianato Porto Torres - ci siamo accorti come il Covid abbia profondamente cambiato il mercato e le necessità dei clienti: la maggior parte di questi ultimi sceglie capi che abbiano prezzi competitivi, che possano durare per più stagioni e che possano essere riadattati ai nuovi stili anche con il passare degli anni: il potere d’acquisto è basso e quindi ci si conforma alla nuova condizione economica”.
“Rispetto all’anno scorso c’è sicuramente una crescita delle richieste e dell’interesse ad avere nuovi capi che possano, anche psicologicamente, cancellare la tristezza di due anni di fermo quasi totale – commenta Gianfranco Orrù, sarto di Cagliari - tra i clienti notiamo quasi una “corsa” ai matrimoni, alle cerimonie per festeggiare battesimi e cresime e per stare insieme in ogni altra occasione: c’è una “fretta” mai sentita prima. Tutto ciò crea una interessante quantità di lavoro e che, piano piano, dovrebbe rimette in moto un settore che è stato fortemente provato”. “In ogni caso, la pandemia ha modificato gusti e necessità del cliente – continua Orrù - se prima si sceglievano capi quasi “usa e getta”, ora la scelta si fa più ragionata, quasi oculata, soprattutto per i capi che possano essere duraturi e che non passino di moda nel volgere di una stagione; insomma, se si spende di più al momento dell’acquisto, lo si fa anche in una ottica di un uso “pluriennale” del pantalone, della gonna o del cappotto”.
L’Italia è la prima economia della Moda nell’Ue a 27 e i pesanti effetti della pandemia su questo settore chiave del made in Italy rappresentano un problema di dimensione europea. Il recupero del settore è messo a rischio dalle conseguenze dell’invasione dell’Ucraina e dell’acuirsi della crisi energetica e le ricadute sui consumi delle famiglie.
Le conseguenze sul commercio estero innescate dalla guerra nel cuore d’Europa saranno rilevanti. La moda è il secondo comparto per esportazioni in Russia, con vendite nel 2021 pari a 1.346 milioni di euro (17,5% del totale), dietro ai macchinari e apparecchi per 2.147 milioni di euro (il 27,9% del made in Italy in Russia). Nei settori della moda sono attive 55 mila micro e piccole imprese (MPI) con 306 mila addetti, il 65,8% del settore, un peso di 13,8 punti superiore alla media della manifattura. La moda italiana è caratterizzata dall’alta vocazione artigiana, con 35 mila imprese e 155 mila occupati, il 33,3% del settore.
Dal conflitto di Crimea persi 6,9 miliardi di euro di export moda in Russia – Le conseguenze del precedente crisi russo-ucraina di otto anni fa, con le prolungate sanzioni economiche alla Russia, si sono scaricate sulle esportazioni verso il paese che, tra il 2013 e il 2021, per l’Unione europea a 27 cumulano un calo del 22,2%, con una maggiore penalizzazione dell’Italia: le vendite del made in Italy cumulano, infatti, una perdita del 28,5%. Nell’arco di tempo in esame, tra i prodotti maggiormente venduti dalle imprese italiane in Russia, il calo è drammatico per la Moda (-41,8%), rimane severo per i macchinari (-25,8%), mentre, in controtendenza, sale l’export della chimica (+24,1%).
Se consideriamo la differenza tra le esportazioni annuali della moda nel periodo 2014-2021 e il livello delle esportazioni del 2013, negli otto anni in esame le vendite dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e della pelle sul mercato russo hanno cumulato perdite per 6.870 milioni di euro, pari a 859 milioni di euro medi all’anno.
Tra le province maggiormente esposte sul mercato russo, l’export della moda in Russia supera il punto percentuale del valore aggiunto del territorio a Fermo con 1,64% e a Vercelli con 1,38%; seguono Rimini con 0,72%, Reggio nell’Emilia con 0,59%, Macerata con 0,50%, Perugia con 0,45%, Piacenza con 0,31%, Vicenza con 0,26%, Verona con 0,25%, Forlì-Cesena con 0,23%, Treviso con 0,2% Prato, Firenze e Arezzo con 0,19%, Milano con 0,16%, Biella con 0,15%, Frosinone con 0,14%, Ascoli Piceno con 0,12%, Bologna con 0,11% e Mantova con 0,10%. Com










Comments are closed.