Cagliari, 11 Mar 2022 – Ieri a Versaille, in Francia, nella reggia che fu di Luigi XIV, è andato in scena il primo atto di una possibile svolta delle politiche europee più divisive e controverse. La difesa, il grande tabù degli stati usciti dalla seconda guerra mondiale. Le democrazie europee, dopo la fine della Guerra fredda, hanno continuato a godere della protezione degli Stati Uniti, dell'Alleanza atlantica, della Nato. Una condizione privilegiata che ha permesso a molti Stati di ridurre progressivamente gli investimenti in armi. Come ha spiegato in questa settimana il capo della politica estera della UE Josep Borell, i paesi europei hanno contratto la spesa per la difesa dal 4 per centro del prodotto interno lordo all'1,5 o 1 per cento. Allo stesso tempo, nell'era della globalizzazione, era normale comprare gas e petrolio da altri paesi. L'interdipendenza commerciale o energetica è stata la norma e l'autosufficienza sembrava un concetto obsoleto. Tutto valido finché non sono capitati due cataclismi imprevedibili, a breve distanza uno dall'altro. Nel 2020 la pandemia ha imposto per due anni di rivedere i piani sanitari di ogni paese europeo, ha richiesto di adottare strumenti di lotta comuni, come il green pass e le vaccinazioni per categorie di popolazione, fino all'adozione di misure economiche straordinarie condivise da tutti, come è stato il Recovery plan. Non ha fatto a tempo a finire l'emergenza sanitaria che è scoppiata, il 24 marzo 2022, la guerra in Ucraina per l'attacco di Putin.
Uno scossone che impone ai governi europei di ripensare la propria difesa, nel caso vi sia una imminente minaccia militare, e di proteggere il mercato comune dall'aumento vertiginoso dei prezzi. A Versallies l'Europa è chiamata a ripensare se stessa: “È un momento in cui vediamo che la guerra di Putin è anche una questione di resilienza delle democrazie” ha detto Ursula von der Leyen. Nella reggia simbolo della monarchia transalpina si lavora su due fronti: l'indipendenza energetica e la difesa. Temi di cui si discute a parole da anni ma che mai avevano trovato un terreno tanto fertile per poter attecchire. Adesso è la Germania ha fare da apripista. La stessa Germania sconfitta dalla guerra, storicamente riluttante ad affermarsi come potenza militare, oggi punta al riarmo. Lo fa con il cancelliere Olaf Scholz che ha annunciato una inversione epocale: il governo tedesco investirà 100 miliardi di euro in armi e porterà la spesa al 2 per cento del PIL. Un segnale già raccolto dalla Danimarca, che si è dichiarata disponibile a raggiungere il medesimo obiettivo.
Per Macron: “L'UE cambierà più con la guerra che con la pandemia” e spinto da questa molla, nella lunga cena che si è consumata ieri notte nella Galleria degli Specchi, il presidente francese ha cavalcato l'idea di un “Recovery di guerra”, una roadmap che da qui a maggio disegni una nuova Europa. Macron ha proposto che le nuove spese militari siano finanziate, come il piano di recupero dopo il Covid-19, con il debito comune. La proposta francese di nuovi eurobond ha lasciato tiepidi, per ora, sia la Germania che i Paesi Bassi.
Ma, al di là del documento che uscirà fuori dall'incontro dei 27 leader europei, è significativo il segnale di un'inversione di tendenza, che non si registrava dall'epoca della Guerra fredda. La spesa militare torna ad essere un argomento centrale e necessario, ancor più se l'Europa è chiamata ad assumere iniziative diverse da quelle che può prendere l'Alleanza Atlantica. Allo stesso tempo, la cosiddetta Dichiarazione di Versailles, dovrà contemplare delle soluzioni a medio termine per ripensare la politica energetica comune. Questo processo comporterà il taglio del cordone ombelicale di molti paesi dell'EU con il petrolio russo. Una rivoluzione, se si pensa che molti paesi baltici importano il 100 per cento del loro gas dalla Russia e la Germania ne importa il 55 per cento.











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