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Il famoso agente ‘Betulla’ l’attuale deputato Renato Farina ha ammesso di essere Dreyfus l’auto dell’articolo diffamatorio che ha fatto condanna Sallusti.

Si comincia, si fa per dire, con un cinguettio. Su Twitter Maurizio Lupi manifesta il suo sdegno per la condanna del direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, per diffamazione, confermata dalla Cassazione: "Solo nelle dittature - scrive il deputato PdL - si mettono in carcere i giornalisti: la sentenza è un attentato alla democrazia".

Arriva a stretto giro di posta la risposta di Vittorio Feltri: "L'attentato alla democrazia l'avete fatto voi politici che non siete stati capaci di cancellare una legge in vigore solo qui". Ma tutto passa in archivio quando si accendono le telecamere di Porta a Porta.

Bruno Vespa entra nel merito del caso Sallusti chiedendo un'opinione a Vittorio Feltri. Il quale ribadisce quanto già detto su Twitter ("tutti i politici di destra e di sinistra in sessant'anni non hanno abrogato una liberticida legge fascista") ma poi fa di più: rivela che dietro allo pseudonimo, Dreyfus, che ha portato con un articolo alla condanna del direttore de Il Giornale, non si nasconde Sallusti: "Bene, avevo sperato che avesse lui il coraggio di farsi avanti. Adesso questo nome voglio farlo io, lo fanno molti. Ma è bene che sia conosciuto da tutti: si tratta di Renato Farina".

Il guaio è che il nome di Farina non era conosciuto dai giudici della corte di Cassazione, che nel confermare la condanna di Sallusti per diffamazione spalancandogli le porte del carcere, hanno addossato al direttore la piena responsabilità dell'articolo non solo in quanto direttore, appunto, ma anche in quanto l'identità dell'autore, dietro allo pseudonimo Dreyfus, era sconosciuta.

A telecamere spente, racconta Luca Telese di Pubblico, Vespa non si trattiene e chiede a Feltri come mai solo adesso abbia deciso di fare il nome di Farina: perché non prima? "L'ho difeso tutta la vita - sbotta Feltri -  speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco. Speravo si prendesse le sua responsabilità. Non si è verificata né una cosa né un'altra. È semplicemente un pezzo di merda e Alessandro Sallusti sta pagando con un grandissimo coraggio per una colpa che non è sua".
Di Renato Farina, d'altra parte, Feltri ne sa abbastanza. Proprio come Sallusti, è stato condannato in passato a due mesi di sospensione dall' Ordine dei giornalisti per aver consentito la collaborazione con Il Giornale del senatore Renato Farina, il famoso "agente Betulla" già radiato dell' Ordine nazionale dei Giornalisti.

Sull'edizione odierna de Il Giornale, Sallusti saluta i lettori e motiva così le sue dimissioni: "Lascio - spiega in video postato sul sito web de Il Giornale - perché vi rispetto e credo abbiate il diritto di leggere un giornale diretto da un uomo libero sia fisicamente che intellettualmente". Ma la battaglia, a questo punto, è di principio: Sallusti ha già annunciato che non chiederà misure alternative come l'affidamento ai servizi sociali, perché non è un ladro e "non devo essere rieducato". La grazia al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano? "Non  la chiederò perché credo - ha spiegato - che in quanto capo della magistratura italiana in questi 7 anni non abbia difeso a sufficienza i cittadini dall'invadenza di una giustizia politicizzata".

Sulla stampa, sulle radio e in tv, si moltiplicano gli appelli affinché non venga eseguita la condanna al carcere. Molti inalberano la bandiera del diritto d'opinione: Sallusti non può essere condannato alla galera perché su Libero un articolo invocò la pena di morte per i protagonisti di un drammatico caso di aborto di una minore a Torino. Ma il problema è che la condanna confermata dalla Cassazione non ha questa motivazione. La condanna è per diffamazione: Sallusti risponde della distorsione dei fatti esposta da Libero a proposito dell'interruzione di gravidanza della minore. Una distorsione che attribuiva al magistrato torinese chiamato a intervenire sul caso decisioni e responsabilità diverse da quelle effettivamenteverificatesi.

In particolare, per Dreyfus la vicenda era quella di una 13enne torinese rimasta incinta, la quale non volendo chiedere al padre la necessaria autorizzazione all'aborto, d'accordo con la madre aveva chiesto al giudice tutelare il permesso di interrompere la gravidanza. Dreyfus attribuiva al magistrato e ai genitori della ragazza la responsabilità di un "aborto coattivo" che la minore in realtà non voleva. Agli atti, tuttavia, era la richiesta di interruzione di gravidanza firmata dalla ragazza insieme alla madre.

Forse, bastava una modica quantità di buon senso. La strada l'aveva indicata il Procuratore generale di Cassazione, Gioacchino Izzo. Per il quale Sallusti andava condannato per diffamazione come avevano sentenziato i magistrati milanesi il 17 giugno 2011. Ma era opportuno un nuovo processo d'appello. In questa sede a Milano si potevano concedere all'attuale direttore de Il Giornale le attenuanti generiche e uno sconto di pena sufficiente a evitargli la condanna a 14 mesi di reclusione senza condizionale. In primo grado, d'altra parte, Sallusti era stato condannato a cinquemila euro di risarcimento.

Ma i giudici della quinta sezione penale della Cassazione non l'hanno pensata allo stesso modo, lasciando la patata bollente, a questo punto, al Quirinale.