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“Diritto in pillole”: il rifiuto del test di paternità costituisce argomento di prova contro il presunto padre

In una recente pronuncia la Corte di Cassazione, confermando il proprio orientamento in materia, ha respinto il ricorso di un padre che aveva rifiutato di sottoporsi al test del DNA dopo esser stato convenuto in giudizio dal figlio per l’accertamento della paternità naturale e confermato la sentenza della Corte d’Appello di Bari. Il rifiuto dell’esame, infatti, è stato valutato come un argomento di prova a sfavore del padre da parte dei giudici di merito, ritenendo perciò raggiunta la prova della paternità in virtù della sola testimonianza resa dalla madre naturale del ragazzo, la quale aveva confermato l’esistenza di una passata relazione extraconiugale con il padre convenuto.

Nella sentenza n. 12198 del 17 luglio 2012 i giudici della Suprema Corte hanno rigettato entrambi i motivi principali del ricorso presentato dal padre.

Il primo aspetto riguardava proprio la dichiarazione testimoniale resa dalla madre, poiché la stessa avrebbe potuto intervenire come parte nel processo e da ciò sarebbe derivata la sua incapacità a testimoniare. A giudizio della Corte, tuttavia, colui che intenta l’azione è il figlio maggiorenne portatore di un proprio diritto: non vi è dunque un interesse ad agire o a contraddire da parte della madre, per la quale l’accertamento della paternità potrebbe rilevare unicamente in un ulteriore giudizio al fine di richiedere le somme per il mantenimento del figlio.

Nel secondo motivo, invece, il ricorrente sosteneva la violazione dell’art. 269, ultimo comma, del codice civile, il quale dispone che “la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale”. La Corte però respingeva anche questo motivo, argomentando come l’esigenza di desumere degli argomenti di prova dal comportamento dei soggetti coinvolti nasceva proprio dalla mancanza di elementi oggettivi assolutamente certi. Pertanto, ciò che aveva portato i giudici di merito a ritenere fondata la domanda del figlio non erano unicamente le dichiarazioni della madre, ma anche il rifiuto ingiustificato da parte del padre di sottoporsi all’esame del DNA. Tale quadro probatorio, infatti, non impone all’organo giudicante di dover disporre il test poiché esso può essere considerato superfluo a seguito delle prove testimoniali e delle eventuali ammissioni del padre, se la decisione viene adeguatamente motivata dal giudice.

Dunque si consolida ulteriormente l’orientamento giurisprudenziale che porta a ritenere il rifiuto dell’esame del DNA come argomento di prova contro il genitore naturale, confermando così la grande rilevanza dell’esame in quanto prova principale in tali procedimenti per la sua elevata attendibilità e certezza. CS.