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Berlusconi non si tocca e gli ex pidiellini bocciano la proposta di Casini

La metafora di un esponente dell’ex Pdl descrive meglio di tante dichiarazioni la situazione nella maggioranza, dove Silvio Berlusconi si sente sempre più accerchiato. Non a caso la linea dettata da villa San Martino è chiarissima: replicare colpo su colpo a quanti, sulla scia del caso Ruby, lo attaccano e ne chiedono le dimissioni. 

Dal centrodestra partono così bordate all'indirizzo di Emma Marcegaglia, che ieri aveva accusato l'esecutivo di immobilismo. "Il governo - le replica il capogruppo, Fabrizio Cicchitto - è tutt'altro che immobile" come dimostrano le azioni in materia di sicurezza, lavoro e università. Persino il solitamente cauto portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti, risponde (pur se indirettamente) al presidente di Confindustria: "Quella che non abbiamo fatto nulla e' una balla colossale". 

Ma i cannoni del Pdl sono puntati soprattutto contro Pier Ferdinando Casini. La proposta del leader centrista è chiarissima: Berlusconi faccia un passo indietro, lasci palazzo Chigi ad un'altra personalità del Pdl e l'Udc sosterrà il governo. Un modo di solleticare i dubbi di quanti (anche nella maggioranza) vedono in un passo indietro del premier l'unico modo per uscire dall'impasse. Facile comprendere l'irritazione del Cavaliere verso l'ex presidente della Camera, contro il quale parte la grancassa berlusconiana, riassumibile con le parole di Mariastella Gelmini che parla di "proposta irricevibile". 

Reazioni che fanno allargare le braccia al diretto interessato: "Me lo aspettavo, al Pdl sta piu' a cuore il destino di Berlusconi che quello del Paese", dice laconico Casini. Che pero' deve incassare anche un rimbrotto dal Pd, che con Massimo D'Alema giudica la sua proposta fuori tempo massimo. "Servirebbe un governo costituente che vada da Vendola a Fini", rilancia l'esponente del Pd. 

Resta il fatto che Berlusconi si sente accerchiato. Chi lo ha sentito giura che non gli manca il buon umore. Forse anche perché dalla Chiesa non è arrivata quella 'spallata' che qualcuno paventava. Nessuno arriva a negare che nelle parole di Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ci fosse un duro richiamo al presidente del Consiglio (tra l'altro il terzo, dopo quelli di Bertone e dello stesso Pontefice), ma l'appello al senso di responsabilità da parte di tutti viene letto come la prova che il Vaticano predilige la stabilità delle istituzioni ad una crisi del sistema. Insomma: poteva andare peggio, secondo il Cavaliere. "Berlusconi non e' certamente ben visto, ma al momento Oltretevere non vedono nessun altro e dunque scelgono una posizione attendista", e' la sintesi di un cattolico pidiellino. E cos, anche per ridimensionare la terza 'bacchettata' della Chiesa in pochi giorni al premier, dal Pdl è tutto un guardare al bicchiere mezzo pieno, come ripetono Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Osvaldo Napoli. 

Ma il fronte Vaticano è solo uno dei tanti aperti nella maggioranza. Le parole di Gianfranco Fini la dicono lunga sullo stato dei rapporti fra la terza carica dello Stato e il Cavaliere: L'Italia ha bisogno di un centrodestra che abbia "senso dello Stato e rispetto per le istituzioni", tuona il presidente della Camera da Ancona, da dove nel distinguere fra presunzione di innocenza e presunzione di "impunita"', chiede che la magistratura accerti quanto è veramente successo. 

Parole che confermano come i numeri risicati di Montecitorio restino il problema più serio di Berlusconi. L'operazione "responsabili" non ha rafforzato la maggioranza, che resta appesa a qualche voto di vantaggio sulle opposizioni. E la decisione di andare alla conta sulla sfiducia a Sandro Bondi sembra più un modo di uscire dal "bunker" in cui l'affaire Ruby lo ha cacciato che una dimostrazione di forza. Il problema è che, come spiega un fedelissimo berlusconiano, il boccino resta nelle mani della Lega. Il partito di Umberto Bossi, pur di portare a casa il federalismo, e' pronto a scendere a compromessi con l'opposizione come dimostra l'apertura sul testo fatta da Roberto Calderoli per strappare il via libera dei comuni. Ma la strada resta stretta e passa proprio per il sì alla riforma voluta dal Carroccio. Non a caso Enrico Letta (Pd) cerca di tentare incunearsi fra Umberto Bossi e il Cavaliere, chiedendo la testa del premier in cambio del federalismo.

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