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Cosa prevede la nuova legge elettorale fatta a maggioranza solo con la speranza di vincere di nuovo e portare l’Italia non sull’orlo ma in fondo al baratro. Poi ci penserà la Consulta e raderla a suolo.

Cagliari, 8 Ott 2026 – La legge elettorale è cambiata di nuovo. Ogni volta, a maggioranza si cerca di renderla adatta alla maggioranza di turno, e quella guidata dalla camicetta nera, l’ha voluta più di tutto. Avendo avuto notizie dai sondaggi, che con la vecchia legge il campo largo e rimasugli, avrebbe vinto anche di 5 punti. Quindi la Meloni è corsa ai ripari forzando ogni regola democratica. Ora si attende la Consulta che sicuramente la raderà al suolo ritenendola in quasi tutti gli aspetti incostituzionale. Quindi da oggi si cambia, ancora una volta, e così siamo alla quarta legge elettorale in vent’anni. Dopo il Porcellum, l’Italicum (rottamato senza neanche essere mai stato usato) e il Rosatellum, ecco lo Stabilicum, come lo chiama la maggioranza che lo sta approvando, o Melonellum, come lo hanno battezzato le opposizioni che lo contestano.
I ritocchi subiti in corso d’opera sono stati diversi, ma la fisionomia dell’ultima arrivata delle leggi elettorali è chiarissima: un proporzionale corretto con un premio di maggioranza. Che scatta se viene raggiunto un numero magico: 42%. La cifra chiave di questa legge elettorale, da qui passano vincitori e vinti, maggioranze nette o pareggi. Per il resto, i punti salienti sono: le preferenze, introdotte «a metà», perché i capilista sono bloccati; le quote di genere, anche queste «a metà», perché non valgono proprio per i capilista, cioè per i candidati più sicuri; l’indicazione obbligatoria del candidato premier, anche questa «a metà», nel senso che non comparirà sulla scheda e non va a modificare le prerogative del presidente della Repubblica, quindi non è vincolante, ma di più non sarebbe stato possibile senza passare per una riforma costituzionale; i partiti che non sono già in Parlamento dovranno raccogliere molte più firme se intendono presentare liste (quattro volte quelle di prima).

Il premio di maggioranza - Ma ecco il cuore di questa legge elettorale, il suo meccanismo fondamentale: il premio di maggioranza. Con lo Stabilicum i seggi sono assegnati, appunto, con metodo proporzionale (ciascuna lista, cioè, elegge un numero di deputati e senatori in proporzione ai propri voti). Ma al partito o alla coalizione che ottiene più voti, se e solo se ha raggiunto il 42% in entrambe le Camere, è assegnato un premio che garantisce una solida maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Se una formazione arriva prima alla camera e un’altra vince al Senato, il premio non scatta. Lo stesso avviene se una coalizione ottiene il 42% solo in un ramo del Parlamento: resta il proporzionale puro e il rebus maggioranza andrà sciolto in Parlamento ricercando possibili intese. Insomma, con questa legge elettorale l’unione fa la forza, e questo spiega, a sinistra, l’insistenza sull’alleanza larga e, a destra, le discussioni sul ruolo di Vannacci.

C’è in ogni caso un tetto massimo di seggi: la coalizione che vince non può avere più di 220 seggi alla Camera o 113 al Senato, senza contare gli eletti all’estero. Per dirlo in percentuale: non può superare il 55% alla Camera e il 56,5 al Senato.
Bisogna aggiungere in ogni caso che il tetto non è proprio a portata di mano: stando alle stime dell’Ufficio studi della Camera, una coalizione dovrebbe arrivare al 48% per avere poi effettivamente quei 220 deputati. Con una vittoria al 44%, ad esempio, si fermerebbe a quota 208 (è solo una stima teorica: se un buon numero di voti fosse “disperso” tra i partiti sotto la soglia di sbarramento, ad esempio, questo numero salirebbe).

Lo sbarramento con ripescaggio - È prevista una soglia di sbarramento: per le coalizioni è il 10%, una lista deve invece ottenere almeno il 3% per entrare in Parlamento. C’è però il ripescaggio per la miglior perdente della coalizione.

Le (quasi) preferenze - Dopo le polemiche sul «Parlamento di nominati” sono state introdotte le preferenze. Però, appunto, a metà. Sulla scheda l’elettore può indicare fino a tre nomi, con le crocette, in un elenco di sette: sono i candidati di ogni collegio plurinominale.

Le preferenze però valgono dal secondo posto in poi, perché il capolista è bloccato: se in quel collegio la lista ottiene un solo seggio, quel posto è suo. YouTrend calcola che con questa legge, circa il 43% dei parlamentari potrebbe essere eletto con le preferenze. Questo significa che per la maggioranza si tratterà di nomi indicati dai partiti.

Il “listone” del premio - Anche perché a essere bloccate sono anche le liste circoscrizionali: cioè quei listoni, comuni a tutta una coalizione, dove si pescano i 70 deputati e i 35 senatori assegnati al vincitore con il premio di maggioranza. Alla Camera sono 28 liste, una appunto per circoscrizione elettorale, al Senato 20, e l’elettore troverà i nomi relativi alla propria circoscrizione sulla scheda. Se scatta il premio, in ogni caso, questi sono eletti in blocco.

Le (quasi) quote di genere

Se viene data più di una preferenza, si devono indicare candidati di sesso diverso: nelle liste è prevista l’alternanza di genere. Non ci sono quote, però, per i capilista bloccati, che sono i candidati più sicuri. Nei listoni del premio, invece, un genere non può essere rappresentato per più del 60%.

Pluricandidature - Lo stesso candidato può correre anche in 5 collegi diversi. Chi è stato inserito nelle liste circoscrizionali, quelle per il premio di maggioranza, deve essere capolista o almeno tra i primi nomi anche in una delle liste di partito.

Il nome del premier - Le forze politiche devono indicare, nel programma, il nome del loro candidato premier, cioè della persona che intendono proporre per quel ruolo, nel rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica. Non è ovviamente vincolante e non comparirà sulla scheda.

Molte più firme per i nuovi - Diventa più difficile la vita per i partiti non presenti in Parlamento (come ad esempio i centristi di Progetto civico) che intendano correre alle elezioni: sale di molto (è quadruplicato) il numero di firme che da raccogliere per presentare le liste, da 1.500 a 6.000 per collegio. Non deve raccoglierle chi ha un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, purché costituito entro il 31 dicembre 2025. Chi ha una componente nel gruppo Misto in almeno un ramo del Parlamento, come Futuro nazionale e +Europa, dovrà farlo, ma la soglia minima è più bassa (1.500 firme).

Fuori sede ed estero - Sarà possibile votare anche per i fuori sede. Vengono accorpate le circoscrizioni per il voto all’estero: alla Camera saranno due, Europa e resto del mondo; al Senato una sola per tutti i continenti. Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta seguiranno regole proprie, in base all’autonomia che regola il voto delle minoranze linguistiche.

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