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Christa Pike attaccata al respiratore artificiale dopo due iniezioni letali fallite da parte di uno stato che si dichiara democratico.

Cagliari, 3 Ott 2026 - Christa Pike è sopravvissuta al tentativo di esecuzione con iniezione letale nel Tennessee, Stati Uniti, avvenuto mercoledì, ma le sue condizioni sono gravi. La donna, 50 anni, è intubata, attaccata a un respiratore e priva di sensi in un ospedale della zona di Nashville. Lo rendono noto oggi i suoi avvocati in un documento depositato in tribunale.

Secondo quanto riferito ieri dai legali, Pike sta ricevendo cure salvavita dopo che le erano state somministrate due iniezioni di pentobarbital, apparentemente letali. Gli avvocati si sono rifiutati di fornire ulteriori dettagli sulle sue condizioni di salute.

Pike, condannata alla pena capitale per l’omicidio di Colleen Slemmer, 19 anni, avvenuto nel 1995, è la prima donna portata dal boia nel Tennessee in 200 anni. Ora il suo caso è in fase di stallo.

Il governatore Bill Lee, repubblicano, ha annunciato che avrebbe sospeso l’ultima esecuzione prevista per quest’anno, in attesa di una revisione indipendente per “determinare cosa sia successo esattamente”, secondo quanto riferisce l’Associated Press. L’ufficio del procuratore generale del Tennessee, Jonathan Skrmetti, risponde con un comunicato a una richiesta di commento della CNN: “Il governatore ha giustamente richiesto un’indagine. Dobbiamo sapere che cosa è successo”.

Robert Bracewell, direttore esecutivo della Justice Coalition, ha dichiarato alla CNN che le autorità non hanno comunicato alla famiglia di Slemmer quali saranno i prossimi passi che attendono Pike. “Sono devastati ed esausti”, ha commentato Bracewell, che ha aiutato i genitori di Slemmer ad affrontare meglio tutte le fasi del processo, aggiungendo che la famiglia è “arrabbiata con lo Stato per non essere stato d’aiuto né trasparente riguardo ai prossimi passi”.

L'iniezione letale è sospesa meno di un’ora prima dell'esecuzione, poi la Corte Suprema degli Stati Uniti dà il via libera finale alla messa a morte di Christa Gail Pike, in un penitenziario del Tennessee. Ma la procedura fallisce: quando i funzionari del carcere provano a uccidere la donna “non riescono” - così riferiscono gli inviati dei media, con formula tanto opaca quanto agghiacciante. La condannata è portata in ospedale per ricevere le cure. Dopo diverse ore l'avvocato fa sapere: “È viva ma in condizioni gravi” e chiede al governatore Bill Lee la commutazione della pena in ergastolo. Lee ha già negato una volta questa possibilità. 

La cronaca della fallita esecuzione riferita dai testimoni è un freddo racconto dell'orrore. 

Prima le autorità carcerarie somministrano a Pike due dosi di pentobarbital ma le vene, dalle testimonianze raccolte, si rompono provocando più tentativi riusciti solo parzialmente. Alle 19:46 abbassano la tenda della sala stampa, poi la rialzano tre minuti dopo. Dal microfono si sente Pike respirare rumorosamente, finché la tenda non è chiusa di nuovo alle 20:06. I testimoni sentono il rumore di un respiro pesante fino alle 20:53, quando l'audio è interrotto e i giornalisti sono fatti allontanare.

A causa della doppia somministrazione del farmaco (pentobarbital), delle vene collassate e del ritardo nell'avvio delle manovre di rianimazione, gli esperti medici ritengono molto probabile che abbia riportato danni cerebrali permanenti dovuti all'overdose chimica e all'ipossia.

I dettagli specifici dello stato neurologico e dei parametri vitali sono coperti da riserbo da parte delle autorità e della struttura sanitaria. Tuttavia, il team medico è legalmente tenuto a prestarle ogni cura per stabilizzarla, trattandola come qualsiasi altro paziente in terapia d'urgenza.

La portavoce del dipartimento di Correzione del Tennessee, Dorinda Carter, riferisce alla stampa di non poter fornire informazioni immediate sull'accaduto, mentre all'esterno del carcere si attiva un viavai di ambulanze.

I legali di Pike hanno depositato un'istanza urgente alla Corte suprema e ad altri tribunali per interrompere l'esecuzione. La donna, denunciano, subisce una "agonia non necessaria", in violazione del diritto a non essere sottoposta a punizioni crudeli e inusuali. Il ricorso chiede inoltre di avviare immediatamente procedure salvavita, sottolineando che la mancata assistenza rappresenta una "deliberata indifferenza verso bisogni medici legittimi e seri".

Quella di Christa Pike è una dolorosa vicenda che riapre la polemica sulla pena di morte e fa discutere l'America. Se e quando l'esecuzione sarà portata a termine, Pike diventerà la prima donna messa a morte nello Stato da almeno duecento anni.

Una corte d’appello federale aveva infatti accolto la richiesta di verificare se la storia di abusi e stupri subiti da bambina e i gravi disturbi psichiatrici della condannata siano stati considerati come circostanze attenuanti quando, nel 1996, le fu comminata la pena capitale per un omicidio commesso quando aveva appena 18 anni.

L’appuntamento era già fissato per le 10 del mattino ora locale nel carcere di massima sicurezza Riverbend di Nashville. Testimoni, giornalisti e familiari della vittima erano radunati quando è arrivato l’ordine di sospensione. Il procuratore generale ha però fatto ricorso alla Corte Suprema che infine ha dato luce verde all’iniezione letale.

Pike, oggi cinquantenne, è l’unica donna nel braccio della morte del Tennessee. 
Aveva 18 anni il 12 gennaio 1995, quando a Knoxville, insieme al fidanzato Tadaryl Shipp, allora diciassettenne, e a una terza compagna, attirò in una zona isolata vicino al campus agricolo dell’Università del Tennessee la diciannovenne Colleen Slemmer, loro collega al Job Corps. Secondo l’accusa, Pike temeva che Slemmer le stesse sottraendo il ragazzo. La ragazza fu colpita con un taglierino, picchiata con un blocco di asfalto e infine uccisa. Sul corpo Shipp incise un pentagramma. Quell’elemento, unito alla brutalità del delitto e alla giovane età dei protagonisti, alimentò la paura collettiva per presunti “culti satanici” che attraversava gli Stati Uniti tra gli anni Ottanta e Novanta.

Il processo si chiuse nel marzo 1996. Pike fu condannata a morte per omicidio di primo grado. Shipp, minorenne all’epoca dei fatti, ricevette l’ergastolo con possibilità di liberazione condizionale. La terza ragazza coinvolta, che testimoniò contro gli altri due, ottenne uno sconto di pena. La disparità è uno dei punti su cui la difesa insiste da decenni: Pike è rimasta l’unica a finire nel braccio della morte, e secondo l’avvocato Stephen Ferrell la sua sentenza è un’anomalia rispetto ad altri diciottenni condannati a morte nello stesso Stato, le cui pene sono state in seguito annullate.

Pike non ha mai negato il gesto. Nella petizione di clemenza ha scritto: "Ero una ragazza di 18 anni, malata di mente. Mi ci sono voluti anni persino per capire la gravità di quello che avevo fatto. Ancora di più per accettare quante vite avessi colpito. Ho tolto la vita alla figlia, alla sorella, all’amica di qualcuno. Ora mi fa star male pensare di aver avuto la capacità di commettere un crimine simile". Il suo consigliere spirituale, il reverendo buddista Mikey Noechel, ha riferito che nei giorni precedenti la donna si diceva "in pace": "Non ho paura di morire. Sono nervosa solo per la procedura". Noechel ha ricevuto da lei versi manoscritti della poesia "A —" di Edgar Allan Poe e ha ottenuto il permesso di assistere all’eventuale esecuzione. 

Pike aveva chiesto che a occuparsi della procedura fosse un team composto da donne, per non rianimare i traumi legati alle violenze subite da uomini durante l’infanzia. Aveva anche rifiutato di scegliere l’ultimo pasto.

La difesa ha ricostruito un’infanzia devastata. Gli avvocati parlano di violenze fisiche e sessuali sistematiche, di stupri a partire dalla prima infanzia – documenti della petizione citano almeno due stupri a 11 e 17 anni – di trascuratezza e di danni cerebrali precoci. In seguito le sono stati diagnosticati un disturbo bipolare e un disturbo post-traumatico da stress, condizioni che, secondo i legali, non furono adeguatamente presentate alla giuria nel 1996. Ferrell e gli altri difensori sostengono che se quel quadro fosse stato conosciuto allora, o se lo fosse in un nuovo processo, la condanna capitale non arriverebbe. Sottolineano inoltre i progressi scientifici sullo sviluppo del cervello adolescenziale, oggi spesso considerati nei tribunali americani quando si discute di reati commessi a 18 anni.

Lunedì scorso il governatore repubblicano Bill Lee aveva respinto la richiesta di grazia.

Il caso riaccende un dibattito più ampio. Negli Stati Uniti la pena di morte resta in vigore a livello federale e in 27 Stati su 50, ma le esecuzioni si concentrano in un numero ristretto di giurisdizioni del Sud e del Midwest. Dal 1976 le donne messe a morte nel Paese sono state 18, circa l’1 per cento del totale, secondo il Death Penalty Information Center. L’ultima donna messa a morte in uno Stato è stata Amber McLaughlin in Missouri nel 2023. Nel 2021 il governo federale ha ucciso Lisa Montgomery, prima esecuzione federale di una donna dopo quasi settant’anni. Il Tennessee non metteva a morte una donna da almeno due secoli: i registri antichi sono lacunosi, ma la direttrice del centro Robin M. Maher conferma la rarità estrema del caso. Pike, condannata a 20 anni, è considerata la donna più giovane finita nel braccio della morte dell’era moderna americana.

Intorno al protocollo si sono aperte altre controversie. I legali hanno contestato l’uso del pentobarbital, le criticità mediche legate a una condizione di trombocitosi che renderebbe l’iniezione particolarmente dolorosa, e la composizione maschile dell’équipe prevista in origine. Pike, nel 2001, è stata condannata anche per tentato omicidio di primo grado dopo un’aggressione a un’altra detenuta. Per anni è rimasta in un regime di isolamento quasi totale, allentato solo di recente.

Amnesty International e le Nazioni Unite ricordano che oltre due terzi dei Paesi del mondo hanno abolito la pena capitale per legge o per prassi. La grande maggioranza delle esecuzioni documentate si concentra in Cina, Iran, Arabia Saudita, Somalia e Corea del Nord. L’Italia, che all’articolo 27 della Costituzione afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione, ha cancellato la sanzione anche dai codici militari nel 1994 e ha rafforzato il principio con la legge costituzionale del 2007. 

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