L'obiettivo è duplice: rilanciare l'export e frenare anche il deflusso di capitali. Per questi motivi la banca centrale cinese - People's Bank of China - ha deciso di svalutare di nuovo lo yuan dell'1,62% sul dollaro, dopo una prima svalutazione del 1,9% avvenuta ieri. Il l tasso di cambio odierno è fissato a 6.3306 contro la valuta americana. Lo yuan si è ulteriormente indebolito oggi all' apertura dei mercati asiatici, dopo la svalutazione-record.
Le svalutazioni arrivano dopo gli ultimi dati pubblicati nel fine settimana che segnano un altro pesante calo delle esportazioni, crollate dell'8,3% a luglio, e un calo su base annua del 5,4% dell'indice dei prezzi alla produzione. Il paese asiatico sta decisamente rallentando: alle esportazioni in calo si aggiungono i dati negativi degli indicatori sui consumi, sulle immatricolazioni, sugli investimenti e sull'import che mostrano l'affanno cinese. Inoltre a luglio la produzione industriale, secondo i dati dell'Ufficio di statistica, è cresciuta del 6%, in frenata rispetto al +6,8% di giugno e meno del +6,6% atteso dagli analisti. Da inizio anno gli investimenti in attività immobilizzate sono saliti dell'11,2%, il passo più lento dal 2000.
La banca centrale inizialmente ha provato a invertire la situazione pompando denaro e tagliando i tassi, abbassando però così il ritorno sugli asset in yuan e favorendo una fuga di capitali che il prossimo rialzo dei tassi della Fed Usa avrebbe solo intensificato. La soluzione poteva essere una svalutazione ancora più massiccia del cambio ma questo avrebbe significato il fallimento di molte aziende locali con debito in dollari e disfare il lavoro politico per uno yuan 'alternativo' al dollaro ed euro sui mercati mondiali. Allora si è scelta una strada più graduale.
La mossa della banca centrale cinese, definita come "deprezzamento straordinario" "una tantum" dallo stesso istituto, vuole quindi rispondere allo stop dell'economia nel paese. La Banca ha però chiarito che da ora in avanti il cambio (fissato con rigidità ancorandolo al dollaro con solo un'oscillazione del 2%) terrà più conto dei meccanismi di mercato aprendo quindi la strada a un ulteriore deprezzamento.
Una strategia chiesta più volte dagli Stati Uniti ma che ora pone la politica americana di fronte a un dilemma: se negli scorsi anni tenere il cambio in maniera dirigista favoriva l'export di Pechino, ora permetterne una maggiore fluttuazione spezzando il legame con il dollaro in ascesa punta proprio a cercare di favorire le esportazioni. La mossa, quindi, rischia di far scattare una 'guerra di valute' fino a ora limitata a una guerriglia che ha visto scendere anche le monete di Australia, Sud Corea e Singapore.
A risentire della svalutazione sono stati subito i prezzi delle materie prime: petrolio e minerali fino a ora inghiottiti in maniera crescente dalla 'fabbrica del mondo' ma in alto della catena soffrono sui mercati occidentali i produttori dei beni di lusso richiesti della nuova oligarchia cinese: auto, moda e gioielli.
Intanto in Europa l'indice Zew è sceso a sorpresa: una spia di una fiducia che stenta a farsi strada proprio per le condizioni dell'economia globale anche se il Pil della Germania, secondo le stime, dovrebbe essere salito dello 0,5% nel secondo trimestre.





