Cina vara legge sulla sicurezza a Hong Kong: “È Stato di polizia”. Possibili sanzioni dagli Usa

La dittature cinese impone lo stato di Polizia a Hong Kong

Hong Kong, 30 Giu 2020 – Gli scontri tra manifestanti pro-democrazia e le autorità locali dell’ex colonia, questa volta, non hanno portato al risultato sperato: dopo l’escalation di violenza, e i tanti arresti, Pechino ha varato la controversa legge sulla sicurezza nazionale su Hong Kong. Da quanto riportato dai media cinesi, c’è stata un’approvazione unanime da parte del Comitato permanente del Congresso nazionale del Popolo. Decisione che alza la posta tra Pechino e Hong Kong e tra Pechino e Washington.

La risposta nei confronti degli Usa (Nei giorni scorsi il Senato Usa ha approvato il cosiddetto Hong Kong Autonomy Act, che autorizza sanzioni contro soggetti o aziende che sostengono le mosse di Pechino su Hong Kong considerate una minaccia per l’autonomia dell’ex colonia britannica) arriva dalla governatrice Carrie Lam, che non commenta le notizie secondo cui Pechino avrebbe approvato la contestata legge sulla “sicurezza nazionale”. Il suo intervento punta direttamente a Washington: “Hong Kong non si fa spaventare dalle sanzioni, da nessun tipo di sanzioni”, ha dichiarato Lam in risposta alla procedura per la revoca dello speciale status commerciale della città con gli Usa. Per la governatrice si tratterà solo di un “piccolo inconveniente”, con un “impatto limitato”.

La nuova legge, che di fatto è una risposta alle proteste che hanno animato la città a partire dallo scorso anno e mira a contrastare sovversione, terrorismo, separatismo e collusione con forze straniere, non piace a Taiwan. “È deludente che la Cina non mantenga le sue promesse, ha dichiarato il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, convinta che per questo motivo il modello ‘un Paese, due sistemi’ imposto a Hong Kong si sia rivelato un fallimento. Qui, secondo Tsai, il gigante asiatico non ha mantenuto la promessa di un alto livello di autonomia per i 50 anni successi alla fine del dominio britannico nel 1997.

E se l’America punta alle sanzioni, Pechino avrebbe già “deciso di imporre restrizioni ai visti per i funzionari americani che non si sono comportati egregiamente sulle questioni relative a Hong Kong”. “Le minacce del Partito comunista cinese di limitare i visti per i cittadini degli Stati Uniti sono l’ultimo esempio del rifiuto di Pechino di accettare le sue responsabilità per non aver rispettato il suo impegno con la popolazione di Hong Kong”, scrive in un tweet il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che promette “azioni in risposta”.

Gli attivisti, che ora potrebbero essere estradati nei tribunali cinesi per processi e condanne all’ergastolo, sono preoccupati dalla nuova legge. “Queste norme porteranno a procedimenti arbitrari, prigioni nere, processi segreti, confessioni forzate, restrizioni ai media e censura politica”, ha sottolineato Joshua Wong. L’attivista e politico hongkonghese, fondatore del gruppo di attivisti studenteschi Scholarism e segretario generale del partito democratico Demosistō, preannuncia “un regno del terrore”. Ciò nonostante, conclude il giovane “I cittadini di Hong Kong continueranno a combattere per le nostre libertà e la democrazia per le generazioni future. Quando la giustizia fallisce, la nostra battaglia continua”.

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