Sport e Benessere – Selfie Palestra e Patologia – Rubrica a cura del dottor Andrea Melis

Andrea Melis_Cagliari

Cagliari, 16 Apr 2019 – Qual è il limite che sancisce la differenza tra un semplice Selfie e la malattia mentale?

La domanda, mi rendo conto, non è propriamente leggera, ma se ho deciso di scrivere questo articolo c’è un motivo.

Il discorso dei Selfie sta sfuggendo di mano.

Facciamo un passo indietro.

Settimane fa ho condiviso nella mia pagina Instagram questa Slide:

Selfie in palestra

Apriti cielo.

Mi hanno scritto clienti, ex clienti, amici e conoscenti.

‘‘ Ma Andrea, se mi faccio i selfie in palestra quindi ho problemi? ’’.

Io in linea di massima ho risposto di star tranquilli, perché i Selfie ce li facciamo più o meno tutti in palestra, tenendo a mente ad ogni modo che se non riesco a finire un esercizio perché mi voglio fare una foto, qualche domanda me la devo fare.

Se non farmi dei Selfie mi fa stare male, c’è qualcosa che non va.

Chiariamo una cosa, personalmente trovo il titolo della slide un po’ allarmistico, per quanto riguarda il resto sono assolutamente concorde.

Vuoi per curiosità, vuoi per farmi un’idea su come è stata condotta questa ricerca, vuoi per farmi un’opinione più precisa da fornire ai clienti, ho deciso di andare a recuperare l’intera ricerca usata come fonte di riferimento per la slide e leggermela bene per parlarvene oggi.

La ricerca è stata pubblicata nel Gennaio del 2018 sull’ Industrial Psychiatry Journal

(http://www.industrialpsychiatry.org/article.asp?issn=0972-6748;year=2017;volume=26;issue=1;spage=106;epage=109;aulast=Khanna).

A questo punto andiamo a vedere insieme questa ricerca che riassumerò, offrendovi sia il mio Punto di vista come Personal Trainer che il mio punto di vista come Dottore in Psicologia specializzato in Psicodiagnostica.

La preoccupazione per come ci vediamo fisicamente può portarci ad assumere un comportamento strategicamente indulgente qualora si palesi un conflitto personale.

Stiamo parlando di persone che andando in palestra sono soliti servirsi della tecnologia e in particolare dei selfie per superare la loro ansia relativa ad una parte del corpo che magari non apprezzano e all’approvazione da parte degli altri clienti nei loro confronti.

La ricerca in questione evidenzia la correlazione tra l’uso eccessivo di selfie e il disordine dismorfico del corpo.

Il disordine dismorfico del corpo (BDD) è una condizione psicologica grave, che porta il paziente a preoccuparsi in maniera eccessiva per un difetto estetico (immaginario o molto lieve), che percepirà come eccessivamente evidente e ingombrante, e arriverà a condizionare il suo benessere psicologico e la sua autostima.

Sono state usate interviste psichiatriche e strumenti di valutazione per ottenere informazioni su BDD, uso della tecnologia e stati affettivi.

È stato ipotizzato che l’uso ripetuto di selfie possa servire a gestire il disagio associato alla propria immagine.

Implica la necessità di sottoporre a screening l’uso eccessivo della tecnologia come condizione di comorbilità patologica e la psicoeducazione per promuovere un uso sano della tecnologia.

Gli adolescenti con disturbo dismorfico del corpo (BDD) hanno un’eccessiva preoccupazione per uno o più difetti immaginati o minori nel loro aspetto fisico, il che causa un significativo disagio e compromette il loro rendimento sociale e scolastico.

Si impegnano in comportamenti ripetitivi come il guardarsi allo specchio, la pulizia eccessiva, (Comunque sia anche se parliamo di patologia, meglio questo che il contrario, sarebbe bello se facessero una ricerca per capire meglio perché determinati clienti mettono piede in palestra dimenticandosi l’igiene personale a casa) la ricerca di rassicurazione, la cura della pelle o un cambio giornaliero di vestiti eccessivo per ridurre l’ansia.

Sebbene la preoccupazione possa coinvolgere qualsiasi parte del corpo, le più comuni sono la pelle, i capelli, il naso, gli occhi, le palpebre, la bocca, le labbra, la mascella e il mento e la preoccupazione può essere focalizzata su più parti del corpo allo stesso tempo.

La forte crescita degli smartphones unita a vari altri fattori sociali ha portato ad un aumento del fenomeno dei selfie.

Il fenomeno selfie è cresciuto in quasi tutti i marchi di ogni settore a livello di marketing, per una persona è conveniente e facile condividere istantaneamente su Facebook, Twitter o Instagram ed essere identificato con l’aiuto degli hashtag.

I marchi hanno sfruttato positivamente il potere dei selfie.

Le varianti dei selfie si aggiungono anche alla comunicazione del marchio.

Le stime basate sulla popolazione provenienti da campioni comunitari ed epidemiologici indicano una prevalenza dell’1,7% – 2,4% di BDD correlazionato ai Selfie.

Gli studi hanno anche dimostrato che il rapporto tra i sessi era approssimativamente uguale, con alcuni studi che suggeriscono una leggera preponderanza di BDD nelle donne.

Il BDD è anche presente con condizioni di comorbilità con la depressione, l’ansia e i tentativi di suicidio.

Quest’ultimo punto vi deve far riflettere.

Il problema è il selfie o il nostro atteggiamento nei suoi confronti?
Lo stile di vita dei giovani di oggi ha una predominanza di utilizzo e problemi legati all’uso di gadget, tecnologia e siti di social network.

Quasi il 93% dei giovani possiede internet a casa mentre l’89% dei giovani di 18-29 anni utilizza siti di social network.

I modelli teorici come il modello comportamentale hanno enfatizzato il condizionamento operante, l’apprendimento sociale e il ruolo dei frame relazionali nello sviluppo di convinzioni legate al BDD.

La cultura dei media e di Internet è diventata una delle più potenti fonti di apprendimento indiretto per migliorare o ottenere apprezzamento per la propria bellezza e il proprio appeal.
La teoria socioculturale dell’immagine corporea ha anche sottolineato che i messaggi dati dai media, dai pari e dai genitori sull’importanza dell’aspetto sono interiorizzati dagli individui, che adottano gli standard di bellezza degli altri come propri.
Questo è visto frequentemente nei social network, così come i selfie nel cellulare, dove si pone l’accento sulle immagini e le immagini ideali.

La qualità del feedback immediato tra pari porta ad un aumento dell’osservazione del proprio corpo.

La valorizzazione del proprio aspetto sui social media è considerata dagli adolescenti come una delle abilità più importanti per ottenere popolarità online.

Il fallimento percepito dal rapporto tra la nostra immagine reale e ideale è considerato come il risultato che porta a provare ansia e ad avere un legame negativo con i propri affetti.
Sullo sfondo della disponibilità e dei fattori ambientali, gli utenti con disturbi dell’immagine corporea sono più a rischio per quanto concerne un uso eccessivo dei selfie.

Il seguente caso che andremo a vedere mostra l’espressione della psicopatologia del BDD attraverso l’uso di Internet in una ragazza.

Il caso è stato seguito dalla clinica Service for Healthy Use of Technology per la gestione dell’uso eccessivo di selfie.

È la prima clinica in materia di mortalità tecnologica a gestire le problematiche relative all’uso della tecnologia.

È situata in India.

AD, una femmina single di 21 anni, che attualmente persegue la laurea in educazione. Vive con i genitori, provenienti da un contesto semi-urbano, appartenenti a status socioeconomico medio, viene presentata lamentando la paura di interagire con gli altri dalla prima infanzia, preoccupata per il suo aspetto, la figura, il naso, i capelli e la carnagione da circa 8 anni e per l’uso eccessivo del telefono cellulare per Facebook, WhatsApp e per i selfie negli ultimi 3 anni.

I sintomi avevano una modalità insidiosa di insorgenza, con andamento continuo e progressi fluttuanti.

Non c’era stato un fattore precipitante specifico.

Apparentemente la vita della ragazza stava andando bene fino al 2008, cioè quando aveva 14 anni e studiava alle superiori.

Sebbene fosse sempre una studentessa al di sotto della media, divenne estremamente sensibile ai commenti del suo insegnante nelle lezioni per i suoi studi.

Si confrontava con gli altri studenti e si sentiva inferiore.
Ci fu un calo nelle prestazioni scolastiche perché trovava difficile la matematica e la scienza.

Piangeva spesso a casa e diceva ai suoi genitori che non voleva studiare.

Smise di frequentare le lezioni e la scuola.  Uno psichiatra della città vicina,dopo essere stato consultato le diede dei consigli e le prescrisse dei farmaci.

Con questo approccio, in qualche modo riuscì a superare la scuola superiore.

Non ci furono molti miglioramenti dei sintomi negli anni successivi, dal momento che si preoccupava del suo aspetto, del suo naso, del fatto che non si sentisse a suo agio con sé stessa e che avesse un sacco di brufoli.

Ciò la portò ad una serie di consultazioni con dermatologi, a dei continui controlli allo specchio, ad una ricerca di rassicurazione, a fluttuazioni dell’umore e tentativi di autolesionismo.

Venne richiesta la consulenza agli autori di questa ricerca a Nimhans (Ospedale di Bangalore in India) nel maggio 2013 e alla ragazza vennero diagnosticati il BDD e il disturbo d’ansia sociale.

Venne trattata con clomipramina 150 mg / die con litio, sertralina e risperidone in via di riduzione.

Apriamo parentesi.

Questo approccio farmacologico impostato dagli psichiatri, constava di antipsicotici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore e ansiolitici.

Il discorso si fa più chiaro qua per quanto riguarda i selfie e la patologia mentale.

Il selfie è la punta dell’iceberg.

È la conseguenza, il sintomo e il segnale in questa ragazza di una sofferenza profonda sfociata in malattia.

Vennero mandate avanti sedute di terapia incentrate su psicoeducazione, ristrutturazione cognitiva, riqualificazione della propria immagine allo specchio, interazioni sociali e prevenzione.

La ragazza e i loro familiari tornarono nella loro città natale in modo che potesse sostenere i suoi esami.

La ragazza si ripresentò dai dottori nell’ottobre 2013, quando i sintomi peggiorarono.

C’era ancora un’eccessiva preoccupazione per la sua immagine, per il confronto con lo specchio; era evidente in lei la ricerca di rassicurazione, il lavaggio compulsivo delle mani, il lavaggio del viso e un comportamento esigente.

La clomipramina (Antidepressivo) venne aumentata a 200 mg.

La terapia venne nuovamente avviata principalmente concentrandosi sulla ristrutturazione cognitiva, sulla riqualificazione del rapporto con lo specchio e sulla prevenzione dell’esposizione eccessiva (Il selfie appunto) e della risposta da parte di chi sui social network guardava la foto.

Ci fu un miglioramento in due mesi.  Successivamente, la paziente venne seguita ogni 6 mesi per rivedere il dosaggio del farmaco.

Nei successivi follow up si notò che la ragazza continuava a palesare la sua preoccupazione per il suo aspetto (figura, naso, carnagione e capelli), controllandosi allo specchio ad ogni ora del giorno.

Evitava di vedersi agli specchi nei negozi, nei ristoranti, ecc., con il timore di avere un brutto aspetto; evitava alla fine di uscire durante il giorno.

Era molto particolare nel suo modo di vestire e voleva che fosse perfetta.

Passava un sacco di tempo a cambiarsi pettinatura durante il giorno.

Voleva avere un bell’aspetto per ottenere accettazione sociale e anche per essere gradita su Facebook e WhatsApp Finendo per usare il suo telefono quasi tutto il giorno).  Evitava le interazioni sociali e le situazioni dove si doveva presentare a persone sconosciute, temendo la valutazione negativa da parte di altri.

Aveva iniziato a usare Facebook quando era a scuola, ma al raggiungimento del primo anno dell’università, aveva cominciato ad usare eccessivamente Facebook e WhatsApp.

Da allora si preoccupava di sapere se ad altri piacessero le sue fotografie su Facebook e se queste foto venissero commentate.

Aveva anche creato un gruppo di contatti nell’applicazione composto da perfetti sconosciuti.

Controllava il suo telefono ogni 10 minuti per eventuali messaggi o notifiche in un giorno normale.

Continuava a fare selfie ogni 15-20 minuti, finché non era soddisfatta di una fotografia, e se non lo era cambiava la pettinatura e scattava di nuovo.

Faceva più selfie durante la notte, perché, secondo lei, sembrava migliore durante le ore notturne, piuttosto che durante il giorno, perché ingrandiva i suoi difetti.

Ogni volta che la sua ricarica per il cellulare era finita, lei chiedeva a sua madre di farla ricaricare immediatamente.

Preferiva chattare e stare con gli altri online, piuttosto che interagire nel mondo reale.

Evitava conversazioni faccia a faccia, presentazioni, acquisti nei negozi, mangiando e parlando al telefono in un luogo pubblico con il timore di una valutazione negativa da parte di altri.

Il suo temperamento morboso rivelava che lei aveva un bisogno forte di attenzioni e di mettere in atto comportamenti capricciosi come un bambina.

Era iperattiva e passava più tempo nelle attività extracurriculari rispetto a quelle curriculari.

Era sempre stata una studentessa al di sotto della media e aveva difficoltà a fare amicizia. La storia familiare ha rivelato che il padre della ragazza aveva frequenti esplosioni di rabbia e aveva l’abitudine di colpirla ogni volta che diventava esigente.

La madre d’altra parte era permissiva.

La valutazione diagnostica ha rivelato la presenza di un uso problematico di Internet (È stato utilizzato l’Internet Addiction Test), un uso eccessivo di dispositivi mobili e Facebook (Utilizzando il Questionario relativo all’ utilizzo problematico del telefono cellulare e il questionario sull’intensità di Facebook ) e una moderata fobia sociale rilevata tramite la Liebowitz Social Anxiety Scale.

La paziente ha ottenuto un punteggio moderato nella batteria di test relativa al controllo di ansia, stress e depressione.

Le fasi della terapia nella fase iniziale includevano la psicoeducazione sulla BDD e gli aspetti cognitivo-comportamentali, il mirroring (Correzione della percezione della propria immagine corporea allo specchio) l’uso del cellulare, il monitoraggio dei suoi pensieri automatici negativi, i trigger (Gli eventi scatenanti i comportamenti disfunzionali ) e l’identificazione degli errori cognitivi.

Nella fase centrale della terapia, gli errori cognitivi e i pensieri negativi disfunzionali sono stati messi in discussione e le sue convinzioni sull’importanza dell’aspetto sono state identificate.

La ragazza è stata incoraggiata anche a partecipare ad altre attività ricreative come yoga, passeggiate, disegno e frequentazione della biblioteca.

Un accordo specifico è stato fatto per quanto riguarda il suo specchio e l’uso dello smartphone in una giornata tipo.

L’obiettivo iniziale era di ritardare la frequenza di utilizzo.

Anche la riqualificazione della propria immagine allo specchio è stata eseguita correttamente.

Esposizione pubblica ed esperimenti comportamentali sono stati usati per modificare le convinzioni di fondo sull’importanza dell’aspetto e dell’accettazione sociale.
L’esito della terapia è stato positivo.

Sono state effettuate quindici sessioni con la cliente.

L’uso dello specchio si era ridotto a 5-6 volte al giorno sebbene ancora si evitasse di far sì che la ragazza si vedesse negli specchi di centri commerciali, veicoli, ecc.

L’uso dei dispositivi mobili si era ridotto anche a 2-3 ore al giorno.

Il ‘‘ Craving ’ (  )’del telefono cellulare / internet era ancora lì e ogni volta che il cellulare finiva il credito la paziente voleva ricaricarlo immediatamente.

Era in grado di sfidare certi pensieri automatici negativi, ma una ma una maggior pratica era necessaria per sviluppare pensieri alternativi più realistici.

Avrebbe beneficiato dell’esposizione a varie situazioni sociali che evitava grazie alla reiterazione di schemi mentali alternativi, ma a causa della mancanza di tempo, potevano essere praticate solo una o due situazioni.

I millenials (come viene comunemente chiamato questo gruppo di età) non hanno mai sperimentato la vita senza la tecnologia digitale.

Sono troppo presi dalla creazione di un’identità online.

Ciò crea problemi a chi ha complessi di immagine a livello fisico, specialmente nelle ragazze, in quanto la società definisce le donne più degli uomini per il loro aspetto fisico.

Questo aspetto peggiora nelle ragazze con BDD, in quanto hanno convinzioni rigide e perfezioniste su come dovrebbero apparire.

Il fatto è che poi tutto questo le conduce all’autovalutazione negativa e alla bassa autostima.

I ricercatori hanno scoperto che gli individui con bassa autostima tendono ad essere più coinvolti nella tendenza a farsi dei selfie, così come l’uso dei social media per mediare la loro interazione interpersonale al fine di soddisfare i loro bisogni di autostima.  Cercano di incrementare il loro narcisismo attraverso i selfie e ottenere l’approvazione sui siti dei social network, ma alla fine porta solo a più equivoci e ipotesi.  Secondo la teoria dell’auto-verifica, i selfie sono usati per ricevere l’autovalutazione dagli altri sotto forma di commenti positivi e like, ma per quelli con problemi di immagine corporea, porta alla ricerca e al confronto costante con le valutazioni degli altri, in definitiva portando ad affettività depressa.
Secondo lo psichiatra, il dottor David Veal, “Due su tre di tutti i pazienti che vengono a trovarmi con il Disturbo Dismorfico del Corpo dopo l’aumento dei cellulari con fotocamera sentono di avere l’obbligo di fare ripetutamente selfie e postarli sui siti dei social media.”

Fermiamoci un attimo.

Due su tre.

Disturbo dismorfico e selfie.

Se due probabilità fanno una certezza, qua abbiamo tre probabilità e due certezze.
Gli studi indicano che i selfie sono la ragione per cui i giovani cercano la chirurgia plastica con un aumento del 10% per il naso, un aumento del 7% nei trapianti di capelli e un aumento del 6% nella chirurgia delle palpebre nel 2013 rispetto agli anni precedenti.

Lo studio ha anche scoperto che le ragazze che trascorrono più tempo su Facebook hanno maggiori probabilità di soffrire per la loro immagine fisica e hanno una maggiore voglia di dimagrire.
Il caso clinico sopra riportato evidenzia il ruolo della tecnologia nell’innescare e mantenere la psicopatologia della BDD, così come la necessità di esaminarla come condizione di comorbilità nei casi con BDD e altri problemi relativi all’immagine corporea.

– Take Home Message –

L’articolo di oggi aveva lo scopo di fare un po’ di chiarezza per quanto riguarda il discorso relativo ai selfie e la malattia mentale.

È abbastanza evidente che comunque farci una foto o due in palestra non fa di noi delle persone affette da una patologia, tuttavia in determinati casi qualora ci venga difficile staccarci dal cellulare dobbiamo magari fermarci a riflettere.

Anni fa quando facevo il tirocinio All’ex Istituto di Psicanalisi di Cagliari il direttore del centro parlando di social network disse che li riteneva una perversione della realtà.

Io penso che semplicemente si sia creata un’altra realtà, quella digitale.

Chiaramente e questo lo si evince dal caso clinico, se si presenta un eccessivo evitamento della vita reale a favore di quella digitale possono sorgere dei problemi.

Se si instaura un rapporto troppo stretto con i social network possono sorgere.

Lampante è stato il caso recente di quella Influencer su Instagram che ha visto chiudere il suo profilo dalla società stessa perché segnalato come spam

(https://www.google.com/amp/s/video.corriere.it/cancellano-profilo-instagram-influencer-piange-disperata/f97f2a44-5c35-11e9-b6d2-280acebb4d6e/amp ).

Ha detto di ‘‘ Non essere nulla senza i suoi followers ‘’.

Ha detto che ‘‘ La chiusura del suo profilo le sta rovinando la vita ‘’.

Le patologie mentali in realtà non si slatentizzano dall’oggi al domani.

I raptus omicida sono per dirne una, una boiata giornalistica per giustificare ciò che non si sa spiegare.

Le persone che dalla sofferenza sconfinano nella patologia i segnali d’aiuto li mandano.

Il problema è che a volte non li si sa codificare o non li si vuole codificare.

In un ambiente come la Palestra o i Centri sportivi in generale, un Personal Trainer o un istruttore competente deve essere in grado di cogliere nei suoi clienti eventualmente determinati aspetti (Vedi uso eccessivo del cellulare) di questo tipo e se lo ritiene opportuno suggerire il consulto di uno psicologo, figura professionale che al pari di un fisioterapista vedrei in palestra come valore aggiunto per quanto concerne un servizio offerto.

Chiosa finale.

Ho preparato cinque domande che a mio avviso potrebbe essere opportuno farsi per capire che rapporto si ha con i selfie e lo smartphone in modo che ognuno di voi possa trarre le proprie considerazioni.

Quanti selfie ti fai al giorno?

Per quale motivo?

Come ti senti quando li fai?

Come ti senti quando non li fai?

Per quanto tempo riesci a stare senza cellulare? A.M.

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