Quirinale, Renzi compatta il Pd su Mattarella. Oggi due votazioni, ieri niente quorum.

Nel nome di Sergio Mattarella, Matteo Renzi ricompatta il Pd. Le lacrime di commozione di Rosy Bindi al ricordo del fratello Piersanti, l’applauso convinto di Pier Luigi Bersani, il voto unanime dell’assemblea dei grandi elettori. Tutto testimonia, raccontano i renziani, che lo “smacco” del 2013 può davvero essere cancellato: ce la faremo, assicura il premier. Fino alla quarta votazione di sabato, quando la tenuta del Pd sarà testata nel voto segreto, la guardia resta alta, i reciproci sospetti ben vivi. Ma Renzi rivendica una prima vittoria: aver smentito chi, dal Pd, lo accusava di “preferire” Berlusconi e di aver inserito nel patto del nazareno chissà quale accordo per il dopo Napolitano.

E, soprattutto, aver dimostrato di essere in grado di unire il partito, con buona pace di chi sperava che si sfaldasse. Nel nome del Pd, certo, Renzi “perde” Berlusconi. Ma solo per ora, è la convinzione diffusa tra i parlamentari a lui vicini. Il cavaliere lo ha chiamato per avvertirlo che avrebbe dato ai suoi l’indicazione di votare scheda bianca. Ma i contatti non sono per questo interrotti, assicurano diverse fonti. Da qui a sabato, il tentativo sarà quello di allargare la platea dei voti per Mattarella: il pressing è fortissimo, raccontano da Ncd e Fi, anche sui singoli parlamentari. Perché senza i voti del centrodestra, solo in parte compensati da Sel e Sc-Pi-Cd, al quarto scrutinio il premier può contare su un margine di una cinquantina di grandi elettori. Troppo poco per star tranquilli.

In serata, osservando i risultati della prima votazione, a Renzi arriva però la conferma che le mosse delle ultime 48 ore hanno funzionato. Non c’è stata la temuta dispersione dei voti: prodi ne ha presi nove, Bersani cinque. È passata, insomma, l’idea che dopo Sergio Mattarella “non ci sono altri candidati”. Niente subordinate. È il messaggio che già aveva fatto arrivare a tutte le anime del partito e agli “aspiranti candidati”, perché nessuno si illudesse di poter mettere in campo “giochini” per bruciare Mattarella e poi avanzare il proprio nome. L’unica alternativa, se il magistrato della consulta non dovesse passare, sarebbe un tecnico. Un avvertimento fatto pervenire sia al cavaliere che ai democratici.

E reso concreto con un incontro a palazzo Chigi, poco prima delle 7 del mattino, con Raffaele Cantone, che è anche tra i candidati m5s. se poi tutto dovesse crollare sarebbe in discussione la legislatura. Dopo il colle, poi, si riaprirà un nuovo discorso sulle riforme. Renzi ha messo l’Italicum al riparo convincendo il cavaliere a votarla subito al senato. E al nazareno sono ottimisti che il patto con fi non è davvero al capolinea. Ma se anche così non fosse, il premier è determinato ad andare avanti. Di frecce al suo arco ne ha molte incluso, sogna qualcuno, tornare al Mattarellum, con il suo autore al colle. Nel Pd, almeno sulla scena, è intanto il giorno di una ritrovata unità. Renzi lo mette a verbale facendo votare i grandi elettori.

E lo certificano tutti i “big” del partito con parole di caldo sostegno al candidato del segretario. Bersani, che Mattarella lo aveva candidato nel 2013, rivendica di aver lavorato per quell’unità evitando rotture negli ultimi mesi. E un ex dc, osservando i capannelli in transatlantico, dice: “le adunanze sediziose le so riconoscere e oggi non ne vedo”. Ma sotto il tappeto, di polvere ce n’è. Ciascuna corrente accusa l’altra di avere motivi di rancore verso il premier. Nessuno giurerebbe sul risultato. E mentre già i renziani mettono in conto lo scenario di una quinta, sesta votazione, c’è chi, come Civati, dopo essersi sottratto all’unanimismo, racconta che sabato fotograferà il suo voto per Mattarella. Per esibirlo, se servirà, come prova.

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